Cop 26 day by day – Lettere da Glasgow | Day 1

Flop al G20, la palla passa a Glasgow

di Antonio Cianciullo

Comincio queste lettere da Glasgow facendo un passo indietro. Partendo cioè dall’atteso vertice di Roma delle 20 maggiori economie. Un vertice che doveva passare il testimone alla conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite in Scozia dal primo al 12 novembre.

Bene. Il risultato è che la Cop26 di Glasgow dovrà farcela da sola. L’assist atteso dal G20 non è arrivato. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha lasciato Roma dichiarandosi “insoddisfatto” ma con “speranze non sepolte”, E’ una buona sintesi del week end appena concluso. Una sintesi che emerge con chiarezza guardando i numeri, molto meno guardando alcune dichiarazioni sull’esito della riunione delle maggiori economie del mondo. Dai numeri conviene dunque partire perché è difficile trovare la rotta se si usano dati sbagliati. Ecco una breve mappa per orientarsi.

Nessun accordo sulla deadline per la decarbonizzazione. “Accelereremo le nostre azioni attraverso la mitigazione, l’adattamento e la finanza, riconoscendo l’importanza fondamentale di raggiungere emissioni nette globali di gas serra pari a zero, o la neutralità carbonica, entro o intorno alla metà del secolo”. Nessun passo avanti: è la sintesi delle posizioni emerse nei mesi scorsi. C’è un gruppo di Paesi, guidati da Unione europea e Stati Uniti, che chiede la decarbonizzazione al 2050. Un altro, con alla testa Cina e Russia, che la fissa al 2060. L’espressione “entro o intorno alla metà del secolo” è stata coniata per tenere assieme le due posizioni. Posizioni che, secondo il parere degli scienziati dell’Ipcc, difficilmente possono coesistere visto che, andando oltre il 2050, il rischio di un’evoluzione catastrofica del clima è considerato troppo alto.

Gli obiettivi intermedi al 2030 non rispettati. Nel suo ultimo rapporto l’Ipcc stabilisce che al 2030 occorre un taglio delle emissioni serra rispetto al 2010 pari al 45% per stare nella traiettoria di un aumento di 1,5 gradi o pari al 25% per stare nella traiettoria di un aumento pari a 2 gradi. Da un aggiornamento di pochi giorni fa degli impegni volontari assunti dai governi risulta che al momento le previsioni indicano non solo la mancanza di una riduzione delle emissioni di gas serra globali, ma un aumento del 16% al 2030. Su questi punti dal G20 non è uscita un’indicazione che vada oltre il generico appello alla buona volontà.

1,5 o 2 gradi di aumento? C’è chi ha visto un impegno del G20 ad arrivare all’obiettivo 1,5 gradi. Un’interpretazione smentita dal testo finale del G20: “Rimaniamo impegnati nell’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali, anche come mezzo per consentire il raggiungimento dell’Agenda 2030. Riconosciamo che gli impatti del cambiamento climatico a 1,5°C sono molto inferiori rispetto a 2°C”. Anche in questo caso non c’è una virgola in più di quanto già sottoscritto da tutti i Paesi nel 2015 a Parigi. Il testo non indica l’obiettivo 1,5 gradi come nuovo traguardo, ma lo propone come aspirazione, negli stessi termini dell’Accordo di Parigi: l’impegno inderogabile riguarda il restare “ben al di sotto di un aumento di 2 gradi della temperatura”.

100 miliardi all’anno: obiettivo non raggiunto. “Ricordiamo e riaffermiamo l’impegno assunto dai Paesi sviluppati per mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e annualmente fino al 2025 per affrontare le esigenze dei Paesi in via di sviluppo, nel contesto di azioni di mitigazione significative”. Copia e incolla dall’Accordo di Parigi (per altro non ancora pienamente rispettato visto che i fondi sono arrivati a 80 miliardi di dollari, non a 100).

Nessun phase out programmato del carbone. Qui la frase è ermetica. A scanso di equivoci meglio riportarla anche in inglese: “We will put an end to the provision of international public finance for new unabated coal power generation abroad by the end of 2021”. C’è chi in queste parole ha visto la fine dei finanziamenti al carbone questo dicembre. Ma in realtà si dice che alla fine del 2021 si interromperanno i finanziamenti pubblici internazionali per le centrali a carbone. Nessuno vieta a capitali privati o statali di continuare a investire sul carbone.

Nessun impegno a piantare un trilione di alberi.  Il testo del G20: “Riconoscendo l’urgenza di combattere il degrado del suolo e creare nuovi pozzi di assorbimento del carbonio, condividiamo l’obiettivo ambizioso di piantare collettivamente 1.000 miliardi di alberi, concentrandoci sugli ecosistemi più degradati del pianeta, e sollecitiamo gli altri Paesi a unire le forze con il G20 per raggiungere questo obiettivo globale entro il 2030, anche attraverso progetti per il clima, con il coinvolgimento del settore privato e della società civile”. Come risulta evidente non ci sono impegni da parte del G20 ma solo un “obiettivo ambizioso”.

Ora si riparte da Glasgow. Ho citato in maniera dettagliata queste premesse perché sono un bel macigno: i nodi irrisolti sembrano stroncare la possibilità di una riuscita della Cop26 di Glasgow. Ma la partita alle conferenze sul clima segue un altro binario. E non è detto che non si superino alcuni degli scogli che sono stati evidenziati.

La prima differenza è che entra in campo la società: in Scozia sono arrivate decine di migliaia di ambientalisti; la Rainbow Warrior di Greenpeace ha deciso di non rispettare il divieto imposto dalle autorità di Glasgow e di risalire il fiume Clyde per dirigersi verso la sede della COP26; il movimento dei Fridays for Future ha fatto sentire la sua voce.

Ed è cominciata la sfilata dei capi di Stato e di governo che hanno lanciato allarmi, a volte rituali a volte sentiti, sulla crisi climatica. Da Mario Draghi (che ha detto che bisogna andare ben oltre il G20, ma che le rinnovabili non bastano) al presidente francese Macron, da Biden a Boris Johnson (che da formidabile creatore di slogan ha detto che nell’orologio del disastro climatico siamo a un minuto prima della mezzanotte).

Ma al coro orientato al traguardo del 2050 si è opposto il controcanto di tre pezzi da 90 che oggi sono scesi in campo annunciando obiettivi incompatibili con la possibilità di bloccare la corsa al rialzo della temperatura entro 1,5 gradi. La Cina e la Russia hanno ufficializzato la loro decisione di spostare la decarbonizzazione al 2060 e il primo ministro dell’India, Narendra Modi, ha detto che il suo Paese raggiungerà l’obiettivo emissioni zero carbonio non prima del 2070.

Dunque la partita si complica. Soprattutto se l’analisi si limita all’operato degli attori ufficialmente in campo. Tuttavia, nell’arco di tre decenni, qualcosa è cambiato nell’abituale copione che seguono le Cop. Ce ne accorgiamo meglio guardando alla linea evolutiva delle 27 Conferenze delle parti (sono 27: questa si chiama Cop26 perché una è stata ripetuta per sbloccare una situazione di stallo) che si sono succedute dalla firma nel 1992, all’Earth Summit di Rio de Janeiro, della Convenzione quadro sulla difesa dell’atmosfera. Negli ultimi anni il peso della componente economica green è andato aumentando. Un numero crescente di imprese guarda con attenzione agli equilibri internazionali sulla questione climatica per cercare di calibrare al meglio i propri investimenti e cogliere le opportunità che si aprono.

Lo ha detto bene al G20 e alla Cop26 il principe Carlo che a Glasgow è intervenuto al posto della 95enne regina Elisabetta: “Se vogliamo raggiungere il vitale obiettivo climatico di 1,5 gradi, un obiettivo che salverà le nostre foreste e le nostre fattorie, i nostri oceani e la fauna selvatica, abbiamo bisogno di trilioni di dollari di investimenti ogni anno per creare le nuove infrastrutture necessarie alla transizione verso la sostenibilità. I governi da soli non possono raccogliere questo tipo di somme. Ma il settore privato può farlo, lavorando in stretta collaborazione con i governi e la società civile. Le aziende di tutto il mondo mi dicono che hanno bisogno di chiari segnali di mercato dai governi, in modo da poter pianificare a lungo termine”.

Le stesse Nazioni Unite puntano su questa pluralità di soggetti per accelerare la spinta verso la transizione ecologica. Quest’anno, per la prima volta, a una Cop sul clima questi attori non governativi del cambiamento sono presenti ufficialmente con l’iniziativa Race to Zero, una campagna lanciata dall’Onu nel 2020 proprio per tenere assieme e dare forza al fronte che racchiude le imprese, gli enti locali, le associazioni che vogliono raggiungere l’obiettivo emissioni nette zero entro il 2050. E’ il fronte che ha dimostrato di saper reggere anche nei momenti più difficili. E’ il fronte che ha portato metà degli Stati Uniti a far squadra con l’Unione Europea del green deal quando alla Casa Bianca c’era Trump.

La spinta che viene dalla somma di enti locali e imprese, di associazioni e movimenti, di finanziamenti pubblici e privati – sostenuta da solidi segnali da parte dei governi – potrebbe portare a superare lo stallo climatico. Qualcosa in più si capirà nei prossimi giorni.

Resoconto Tecnico

Parlano i leader per alzare i livelli di ambizione. Xi Jinping e Putin sono rimasti a casa in un clima di crescente tensione con Biden

di Toni Federico

Questi primi due giorni sono stati programmati per raccogliere nuove e più alte ambizioni da parte dei capi di stato e di governo che sono venuti a Glasgow in 120. Ma, come abbiamo visto al G20, quelli di loro che contano di più non si sono spostati di un millimetro dai livelli di ambizione dichiarati in precedenza. Is up to you, ha detto il Segretario generale dell’ONU Guterres, in un intervento dai toni severi, dopo essersene andato da Roma piuttosto contrariato. La partita in gioco è la decarbonizzazione al 2050 con metà del percorso da fare al 2030.  Lo dicono gli studi di ogni fonte, senza che più nessuno si azzardi sui sentieri del negazionismo. Del 2030 e del phase out del carbone, che qualcuno aveva visto nelle bozze preparatorie, non c’è traccia nel documento finale del G20. Purtroppo il processo di Parigi è su base volontaria. A Glasgow si finirà di metterlo a punto. Ma l’ambizione è un’altra cosa, che per ora non si vede. Gli interventi di oggi, a parte le belle perorazioni, non portano novità. Per questa strada al 2030, invece di una riduzione del 45% delle emissioni avremo un aumento del 16%. Che si tratti, come dice Greta, del solito bla-bla?

Alok Sharma, il Presidente della COP, ha detto: “Non aspettatevi dalla COP 26 la silver bullet per il clima. Le aspettative irrealistiche per il processo COP, in gran parte volontario, non sono utili, perché non ci sono modi per far rispettare le promesse e gli accordi sul clima, o imporre sanzioni per la loro violazione. Certamente non otterremo una risposta o un risultato che risolverà il cambiamento climatico per noi in questo COP o in qualsiasi COP. Quello che abbiamo è quello che i paesi hanno deciso. Quindi l’unico modo in cui possiamo spingere l’ambizione, per spingere il mondo, è che ognuno di noi spinga i propri governi a impegnarsi a fare di più. Noi, come società civile, abbiamo un ruolo enorme da svolgere nello spingere i nostri governi a fare meglio e nel cercare di contrastare l’influenza dei grandi interessi acquisiti che spingono in altre direzioni. Sta ai paesi essere il più ambiziosi possibile e portare con sé gli altri paesi per mostrare la stessa ambizione. In particolare i paesi che hanno storicamente contribuito al problema devono mostrare la dovuta responsabilità. Questo è il tipo di gioco che si può fare in questo momento”.

I leader di Cina e Russia non ci sono. In linea con quanto dichiarato da Joe Biden al G20 di Roma, aumentano le tensioni con Cina e Russia e anche in questo contesto potrebbe essere interpretata l’assenza di Vladimir Putin e Xi Jinping da Glasgow. Per molti anni, la Russia non ha preso sul serio il cambiamento climatico. Ad un certo punto, Mosca celebrava l’aumento delle temperature perché ha aperto nuove rotte marittime nell’Oceano Artico. Poco più di un decennio fa, la Cina si è fortemente opposta alla riduzione delle emissioni causate dalla sua crescita economica in forte espansione alimentata dal carbone, puntando il dito sulle responsabilità delle nazioni sviluppate. Le cose sono cambiate. Ora sia la Cina che la Russia riconoscono la sfida climatica e stanno elaborando strategie per affrontarla, sebbene in modi che soddisfano il loro interesse nazionale immediato. La Cina, in particolare, ha sofferto di un inquinamento atmosferico mai visto nel mondo occidentale. Ora è di gran lunga il leader mondiale nell’energia solare con 254 GW seguita dagli Stati Uniti con 75 GW. Le installazioni di energia eolica in Cina erano più del triplo di quelle di qualsiasi altro paese nel 2020. Si prevede inoltre che la Cina produrrà batterie per auto con una capacità doppia rispetto a quelle prodotte dal resto del mondo insieme. Ma la Cina non è sulla stessa linea per quanto riguarda l’eliminazione graduale del carbone. Nemmeno la Russia. Se ne parlerà a metà secolo, hanno fatto sapere. Prima della COP 26 Xi Jinping ha affermato che il suo Paese raggiungerà il picco delle emissioni prima del 2030, per poi diminuire e raggiungere la neutralità carbonica prima del 2060. Ma  non ha detto esattamente come saranno raggiunti questi obiettivi. Il mese scorso, Putin ha affermato che è impossibile negare il cambiamento climatico. Nel suo discorso annuale sullo stato della nazione ad aprile, ha dichiarato che le emissioni nette totali di gas serra della Russia saranno inferiori a quelle dell’UE nei prossimi 30 anni. Ha impegnato la Russia a raggiungere zero emissioni di carbonio entro il 2060. Ancora una volta, non sono disponibili dettagli. Putin afferma che le foreste russe faranno la maggior parte del lavoro, il che è discutibile nella migliore delle ipotesi. L’interesse della Russia è continuare a vendere il suo petrolio e il suo gas, in particolare all’Europa, il suo miglior cliente, il più a lungo possibile. La Russia, tuttavia, deve allinearsi con l’UE se vuole evitare complicazioni. La prevista tariffa doganale dell’UE sulle merci inquinanti è una seria minaccia per l’economia russa e potrebbe infliggere più danni alla Russia delle sanzioni imposte a Mosca dopo l’annessione della Crimea.

Oggi e domani essendo il cosiddetto vertice del leader mondiale della COP 26, molti leader nazionali faranno discorsi.

Il primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, ha paragonato il cambiamento climatico a un preludio del giorno del giudizio che c’è urgente bisogno di disinnescare. Tuttavia, il discorso di Johnson è stato pieno del suo solito ottimismo, con il verbo possiamo ripetuto ossessivamente. Come il principe Carlo, che in particolare ha sottolineato i potenziali positivi dei mercati, della finanza privata e della tecnologia. Il governo del Regno Unito ha annunciato oggi che darà una parte del denaro ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a implementare tecnologie verdi e sostenibili. L’impegno è di 3 miliardi di sterline nei prossimi cinque anni, il doppio di quanto ha dato il governo nel periodo 2017-2021. All’inizio di quest’anno, però’ il governo del Regno Unito ha tagliato il budget per gli aiuti all’estero dallo 0,7% del PIL, lo storico obiettivo della cooperazione internazionale (ODA), allo 0,5%, infrangendo un impegno pubblicamente assunto. Ciò equivale a un taglio di circa 4 miliardi di sterline all’anno. Quindi, mentre questo nuovo impegno di 3 miliardi di sterline in cinque anni è in un certo senso un miglioramento, sta accadendo nel contesto di un taglio significativamente più grande degli aiuti internazionali. tanto per confermarsi il più brillante, Johnson ha scomodato James Bond, uno scozzese di chiara fama nell’interpretazione originale. “Siamo più o meno nella stessa posizione, miei colleghi leader globali: di fronte al problema di disinnescare una bomba che provocherebbe la fine del mondo, siamo qui a chiederci quale filo tagliare quale filo tagliare”.

Il Principe Carlo, ambientalista di lungo corso, parlando prima degli altri leader in sostituzione della Regina Elisabetta, ammalata, chiama alla responsabilità tutti i presenti perché, dice, non abbiamo più tempo. Non si potrà procedere da soli, dice, e nemmeno solo con i governi e la società civile. è ormai indispensabile la partecipazione attiva e massiva del settore privato e del settore finanziario. “La portata della minaccia che affrontiamo richiede una risposta globale. Una soluzione a livello di sistema basata sulla trasformazione radicale della nostra attuale economia basata sui combustibili fossili in un’economia realmente rinnovabile e sostenibile. Quindi, signore e signori, il mio appello oggi è che i paesi si uniscano per creare l’ambiente che consenta a ogni settore dell’industria di agire”. Dopo di lui ha preso la parola Sir David Attenborough, che s ha lanciato un messaggio potente avvertendo che ora è il momento di agire. Sir David ha detto: “È così che la nostra storia dovrebbe finire? Forse il fatto che le persone più colpite dal cambiamento climatico non siano più una generazione immaginaria futura, ma i giovani vivi oggi, forse questo ci darà l’impulso di cui abbiamo bisogno per riscrivere la nostra storia, per trasformare questa tragedia in un trionfo. Ora capiamo questo problema, sappiamo come fermare i numeri che aumentano e invertire la rotta”.

Probabilmente il contributo più drammatico finora di oggi è venuto da Narendra Modi dell’India. Il paese non ha presentato un piano sulle emissioni prima della COP 26, ma il fatto che Modi sia presente di persona suggerisce che ha qualcosa in mente. Modi è venuto per annunciare che l’India punterà a zero emissioni nette entro il 2070. Cioè due decenni dopo la scadenza del 2050 a cui mira il vertice, ma è comunque un progresso. Ciò che farà l’India avrà un’importanza enorme, perché è uno dei maggiori emettitori di gas serra al mondo: il terzo o il quarto, se si considera l’Unione europea come un unico emettitore.

La presidente della Commissione Europea si presenta a Glasgow forte del prestigio del suo Green Deal e del sistema di recovery post-covid Next Generation EU. “Tutti noi vogliamo essere dalla parte giusta della storia e per questo chiedo a tutti di fare il necessario per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C… L’Europa non risparmierà alcuno sforzo per diventare il primo continente a neutralità carbonica ma a questa COP 26 dobbiamo tutti accelerare la nostra corsa verso net zero perche’ il tempo sta per finire. In primo luogo serve un forte impegno da parte di tutti a ridurre le emissioni entro il 2030. Net zero entro il 2050 va bene ma non e’ sufficiente. Servono azioni concrete in questa decade e per noi questo significa un -55% di emissioni almeno. In secondo luogo i mercati globali delle emissioni di C02 devono diventare una realtà. Mettiamo un prezzo al carbonio, la natura non può più pagare quel prezzo. In terzo luogo dobbiamo mobilizzare la finanza per la transizione climatica per supportare i paesi vulnerabili a compiere un balzo in avanti verso una crescita a energia pulita. L’Unione europea contribuirà pienamente per raggiungere gli obiettivi di adattamento. Con circa 27 miliardi di US$ nel 2020, siamo già il maggiore fornitore di finanziamento per la transizione climatica e ci impegniamo a stanziare altri 5 miliardi di US$ fino al 2027 dal budget EU e raddoppieremo i fondi per la biodiversità soprattutto nei paesi vulnerabili. Infine innovazione e tecnologie sono disponibili, ora dobbiamo metterle in campo. Dobbiamo fare di questo COP 26 un successo, lo dobbiamo ai nostri figli”.

Il sempre più autorevole Mario Draghi ha tenuto un intervento oggi, seguito a fine giornata da una conferenza stampa: “Il cambiamento climatico ha gravi ripercussioni sulla pace e la sicurezza globali. Può esaurire le risorse naturali e aggravare le tensioni sociali. Può portare a nuovi flussi migratori e contribuire al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il cambiamento climatico può dividerci… Al vertice dello scorso fine settimana a Roma, gli Stati membri del G20 (in gran parte per merito del premier indiano, dirà poi) hanno concordato che dobbiamo limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C – è stata la prima volta – e si sono impegnati a raggiungere emissioni nette pari a zero entro o attorno alla metà del secolo. Abbiamo deciso di intensificare le nostre azioni a partire da questo decennio, migliorare i nostri contributi nazionali determinati e interrompere il finanziamento pubblico internazionale del carbone entro la fine del 2021. Ora, qui alla COP 26 dobbiamo andare oltre, molto più di quanto abbiamo fatto al G20… Dobbiamo rafforzare i nostri sforzi nel campo dei finanziamenti per il clima. Dobbiamo far lavorare insieme il settore pubblico e quello privato, in modi nuovi. Il Principe Carlo ci ha appena fornito una roadmap. Il Primo Ministro Johnson ha evidenziato quanto denaro disponibile ci sia: parliamo di decine di migliaia di miliardi di dollari. Ma ora dobbiamo utilizzarli. Ora dobbiamo trovare modi intelligenti per spenderli, e spenderli velocemente. Abbiamo bisogno, innanzitutto, che tutte le banche multilaterali di sviluppo – e soprattutto la Banca Mondiale – condividano con il settore privato quei rischi che esso non può sostenere da solo. E i nostri giovani devono essere al centro di questo processo…  Le generazioni future ci giudicheranno per ciò che otteniamo o che non riusciamo a raggiungere. Dobbiamo coinvolgerli, ascoltarli e, soprattutto, imparare da loro”. In chiusura della conferenza stampa il ministro Cingolani ci ha spiegato come si fa la transizione, dato che con le fonti rinnovabili, lui dice, non è possibile. Occorrono “tecnologie nuove per andare più veloci, altrimenti è difficile riuscire negli obiettivi con le tecnologie attuali. Inutile pensare di farcela nel 2050 con le tecnologie attuali”. Nuove tecnologie che sarebbero CCS, cattura e sequestro, DAC, assorbimento diretto, riforestazione. La trascrizione della conferenza stampa, comprese domande e risposte, è disponibile sul sito del governo.

Tra gli interventi di oggi merita una citazione l’accorato appello del primo ministro di Barbados Mia Mottley, poche settimane prima che il paese recida i suoi legami con la regina Elisabetta come sovrana. Mottley ha parlato con passione dei rischi che i paesi caraibici come il suo stanno affrontando con l’aumento globale delle temperature. Rivolgendosi ai leader mondiali, li ha esortati a sforzarsi di più quando prendono decisioni per evitare il cambiamento climatico. 1,5 °C è ciò di cui abbiamo bisogno per rimanere in vita – due gradi è una condanna a morte per la gente di Antigua e Barbuda, per la gente delle Maldive, per la gente di Dominica e Fiji, per la gente di Kenya e Mozambico – e sì, per la gente di Samoa e Barbados. Non vogliamo quella terribile condanna a morte e siamo venuti qui oggi per dire “fate di più, fate di più”. Perché la nostra gente, tutti coloro che combattono per il clima, il mondo, il pianeta, hanno bisogno della nostra azione ora, non l’anno prossimo, non nel prossimo decennio.

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