Cop 26 day by day – Lettere da Glasgow | Day 10

Città, regioni, imprese: la seconda gamba della trattativa

di Antonio Cianciullo

La Cop26 viaggia su due binari. Il problema è che non sono paralleli e vengono costruiti in progress. Quindi il rischio di collisione non è da sottovalutare. Tuttavia i delegati sono acrobati collaudati – anche se fisicamente provati essendo arrivati al decimo giorno della maratona conferenziale, una disciplina che richiede un buon allevamento fisico e mentale – ed è probabile che riescano a cavarsela anche questa volta.

Sul primo binario viaggiano le decisioni universali. Devono essere (o almeno apparire) di alto profilo, venire condivise da tutti, ed essere in sintonia con le indicazioni che vengono dalla comunità scientifica. Tre requisiti molto difficili da tenere assieme visto che gli scienziati premono per una dismissione rapidissima dei combustibili fossili e gli interessi dei Paesi che ne detengono i giacimenti sono diversi. L’arte della negoziazione consiste nello spingersi fin dove è possibile, facendo ogni volta un passo avanti ed evitare di parlare di ciò di cui non si può parlare perché non c’è consenso. Su questa base si costruirà il documento finale che darà il segno alla Cop. Nella prima bozza gli elementi innovativi sono modesti, ma la situazione potrebbe migliorare nelle prossime ore.

Sull’altro binario viaggia il mondo reale: come organizzare i trasporti; come dare da mangiare a quasi 8 miliardi di persone oggi senza inaridire il suolo che servirà a dare da mangiare domani a 10 miliardi di persone; come produrre energia mantenendo in equilibrio gli ecosistemi. Qui a Glasgow è stato possibile arrivare ad accordi parziali in vari campi: dallo stop progressivo al carbone all’agricoltura sostenibile, passando per la nascita della coalizione Beyond Oil & Gas Alliance istituita da Costa Rica e Danimarca alla quale il governo italiano ha aderito ieri.

Per ora il negoziato resta bloccato nonostante il documento congiunto reso noto mercoledì sera da Stati Uniti e Cina. Nelle due conferenze stampa in cui la decisione è stata comunicata (una americana, una cinese) sono stati enunciati i termini di un’intesa significativa sul piano politico, difficilmente misurabile su quello ambientale. Washington e Pechino hanno dichiarato che occorre agire “per tenere viva la possibilità di fermare l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi” e che il decennio decisivo è quello in corso.

I due Paesi si sono impegnati a cooperare sugli standard normativi, sulla transizione verso l’energia pulita, sulla decarbonizzazione, sulla progettazione verde e sull’utilizzo delle risorse rinnovabili. In particolare è stato messo a fuoco il tema della lotta contro la deforestazione e quello della riduzione delle emissioni di metano. Annunciato anche l’impegno a formare un gruppo di lavoro che si riunirà regolarmente per discutere le soluzioni climatiche.

Un primo test per misurare l’efficacia di questa intesa è il peso che riuscirà a esercitare in direzione di una conclusione positiva della Cop26. Per ora, ha detto il presidente della conferenza sul clima Alok Sharma, l’effetto sulla Cop26 non è ancora sufficiente: “La dichiarazione congiunta di Cina e Russia sull’impegno a potenziare l’azione contro il cambiamento climatico è un passo importante, ma al momento non basta a suggellare il successo della CoP26. C’è ancora molto lavoro da fare”.

Altre due sollecitazioni sono arrivate ieri. Oltre 200 climatologi hanno lanciato un appello ai Paesi riuniti alla Cop26 per un’azione immediata e decisa contro il riscaldamento globale. E il papa, in una lettera ai cattolici scozzesi ha scritto, facendo riferimento alla conferenza di Glasgow, “il tempo sta finendo. Questa occasione non deve essere sprecata, per non dover affrontare il giudizio di Dio per la nostra incapacità di essere amministratori fedeli del mondo che ha affidato alle nostre cure”.

Dunque sul binario delle decisioni a tutto campo per ora il percorso è rallentato. La situazione si sbloccherà tra domani e dopodomani: solo allora sarà possibile valutare. Sul binario delle attività concrete oggi invece è stata la giornata dedicata alle città e alle regioni.

E’ un tema che sta acquistando una forza progressiva come testimonia il successo di Race to Zero, la campagna istituzionale Onu dedicata a tutti gli attori non governativi (“non-state actors”): ci sono le imprese, le amministrazioni locali, le Regioni. Ed è da questo gruppo di attori della battaglia per la difesa climatica che finora sono arrivati i segnali più forti. Proprio questo è stato uno degli elementi centrali dell’analisi di Italy for Climate che ha realizzato il primo ranking delle Regioni italiane sul clima, evidenziando come nessuna sia ancora pienamente in linea con l’obiettivo delle emissioni nette zero al 2050.

Gli attori non governativi infatti rappresentano anche un fattore di compensazione degli sbalzi che alle volte l’azione politica dei governi può avere in caso di un avvicendamento di maggioranze segnate da orientamenti radicalmente diversi in tema di sicurezza ambientale.

Laddove i governi centrali fanno fatica a prendere decisioni efficaci e rapide (alle Cop e nei vari tavoli internazionali), i non-state actors possono muoversi indipendentemente e più rapidamente (anche perché hanno strategie economiche, sociali e reputazionali a cui dare coerenza). In questo modo possono anche fungere da traino alla transizione ecologica pungolando i governi.

I dati arrivati alla Cop mostrano che il numero delle città e delle regioni impegnate in politiche climatiche in linea con le richieste della Nazioni Unite è in costante crescita. E la sinergia pubblico-privato dal punto di vista degli investimenti (sollecitata al G20 dal presidente Mario Draghi e ripresa in varie occasioni alla Cop26) trova reazioni molto pronte proprio in questo gruppo di attori.

Ieri alle 15.30 c’è stato un evento targato Race to Zero, “Racing to a better world”, con Nigel Topping, il leader dell’High Level Champion for Climate Action at COP26. Infine, a rafforzare questa seconda gamba della trattativa, è arrivata anche la misura di un consenso crescente. Il voto popolare sul clima dell’Undp ha visto il 64% della popolazione mondiale convinta che ci troviamo in un’emergenza climatica.

Resoconto tecnico

È nelle città il fulcro del cambiamento individuale, sociale ed economico per un futuro sostenibile

di Toni Federico

I colloqui sul clima della COP 26 sono stati scossi iersera da un annuncio inaspettato dei due maggiori emettitori del mondo: Cina e Stati Uniti hanno annunciato un accordo per rafforzare la loro cooperazione sull’azione per il clima e accelerare i tagli alle emissioni in questo decennio. I due maggiori emettitori del mondo hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano la loro intenzione di cogliere questo momento critico per impegnarsi in sforzi estesi, individuali e concordati, per accelerare la transizione verso un’economia globale zero netta. Entrambe le parti hanno promesso di agire in questo decennio decisivo per ridurre le emissioni e mantenere gli obiettivi dell’accordo di Parigi per limitare l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 °C e perseguire gli sforzi per tenere gli 1,5 °C a portata di mano. Riconoscono che rimane un divario significativo tra gli attuali impegni, le politiche nazionali di riduzione del carbonio e ciò che è necessario per raggiungere gli obiettivi di Parigi. Le due parti sottolineano l’importanza vitale di colmare questo divario il prima possibile, attraverso sforzi intensificati. L’accordo è stato discusso dalle due parti per mesi ha detto alla conferenza John Kerry. Una delle aree chiave di cooperazione è sul metano, con entrambe le parti che hanno stabilito di concordare ulteriori misure alla COP 27 nel 2022. Gli Stati Uniti hanno guidato gli sforzi con l’UE per riunire un’alleanza di oltre 100 paesi impegnati a ridurre collettivamente le emissioni di metano del 30% entro il 2030. Sebbene la Cina non abbia firmato l’impegno, ha dichiarato che intende sviluppare un piano d’azione nazionale completo e ambizioso sul metano per ridurne le emissioni negli anni ’20. Creeranno un gruppo di lavoro ad hoc e i Presidenti si incontreranno sul web a giorni.

è di oggi la lettera di Papa Francesco ai cattolici scozzesi che li invita a pregare per il successo della COP 26, alla quale avrebbe voluto partecipare, perché “… il tempo stringe per salvare il pianeta. Questo incontro è inteso ad affrontare una delle grandi questioni morali del nostro tempo: la conservazione della creazione di Dio, data a noi come un giardino da coltivare e come una casa comune per la nostra famiglia umana. Questa occasione non deve essere sprecata, per non dover affrontare il giudizio di Dio per la nostra incapacità di essere amministratori fedeli del mondo che ha affidato alle nostre cure”. In un messaggio formale alla conferenza letto a suo nome il 2 novembre, Francesco ha affermato che le doppie ferite inflitte dalla pandemia di Covid-19 e dai cambiamenti climatici sono paragonabili a quelle causate da un conflitto globale e dovrebbero essere affrontate allo stesso modo.

Oggi è la Giornata delle città, delle regioni e dell’ambiente. I relatori si sono concentrati sulle questioni urbane, in particolare su come assicurarsi che le città, i paesi e le infrastrutture del mondo riducano le emissioni e si preparino a condizioni meteorologiche estreme in un mondo più caldo. Le città del mondo, a volte più numerose in abitanti di un intero paese, non hanno posto nel negoziato sul clima delle COP. Alla fine metà della popolazione mondiale che abita le città non è rappresentata direttamente nelle decisioni finali. Tuttavia, anche senza un posto ufficiale al tavolo dei negoziati, con oltre 400 delegati tra governatori, sindaci e consiglieri presenti, città e regioni rivaleggiano con le più grandi delegazioni nazionali della COP 26.  Ogni anno le voci delle città sono più forti e ascoltate come è stato dimostrato ieri, quando i rappresentanti della LGMA sono interventi al segmento di alto livello della COP 26 con il primo ministro britannico Boris Johnson e il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Inoltre, i rappresentanti di città e regioni hanno esercitato pressioni su più rappresentanti nazionali per aggiungere un riferimento esplicito alla collaborazione e all’azione multilivello nella bozza del documento finale. Yunus Arikan,  per ICLEI – Local Governments for Sustainability, ha parlato della necessità e dei benefici della collaborazione multilivello: “Dal 2015, pochissimi Paesi del Nord e del Sud hanno alzato le loro ambizioni nazionali. E questi sono quelli che hanno coinvolto le loro città e regioni. Vogliamo che l’accordo di Parigi sia realizzato attraverso un’azione multilivello e vogliamo replicare quello spirito nei risultati di Glasgow in modo che l’azione multilivello sia abbracciata da tutti i paesi”. Il Sindaco di Manchester ha detto: “Lasciato a sé stesso, il mercato non ci porterà agli obiettivi. Quindi avremo bisogno che i nostri governi abbiano il coraggio di fare la loro parte… Abbiamo anche bisogno che abbiano il coraggio di passare il testimone a città e regioni, poiché questa è una corsa che può essere veramente vinta solo muovendo dal basso verso l’alto… Le città sono pronte a guidare questo cambiamento. Proprio come l’accordo di Parigi ha riconosciuto la collaborazione a più livelli, Glasgow deve rafforzare questa chiamata e riconoscere che il suo momento è davvero arrivato. Quindi da Glasgow mandiamo il messaggio che le città e le regioni guideranno la transizione insieme alla giustizia climatica e sociale, non solo per un mondo più verde, ma anche più equo”. è importante notare che anche il documento congiunto USA – Cina di ieri fa specificamente riferimento all’inclusione delle realtà subnazionali nel loro gruppo di lavoro e nei controlli sulle emissioni di metano.

Le città sono al centro della transizionenet zero. Nel Regno Unito, ad esempio, le città rappresentano il 45% delle emissioni di carbonio. Può sembrare molto, ma non se si considera che rappresentano il 54% della popolazione, il che significa che su base pro capite le emissioni di carbonio nelle città sono minori che altrove. In media, una persona che vive in una città emette 4tCO2 all’anno, contro le oltre sei del resto del Paese. Ciò è in parte dovuto al fatto che l’attività industriale tende a localizzarsi al di fuori delle città, ma anche nei trasporti e negli alloggi le città sono più green. Le emissioni dei trasporti sono inferiori nelle città per il modo in cui l’ambiente edificato influenza lo stile di vita quotidiano. La densificazione, una caratteristica distintiva delle città, rende più accessibili le opzioni di trasporto a basse emissioni: i viaggi sono più brevi e possono essere più facilmente effettuati a piedi o in bicicletta. Anche il trasporto pubblico è più utilizzabile a causa della maggiore domanda.  La relazione tra densità ed emissioni, osservata in tutte le città del UK e mostrata in figura, è una proprietà urbana generale. Vale anche per le abitazioni, più efficienti dal punto di vista energetico, con conseguente minore impronta di carbonio: circa quattro tonnellate di carbonio per abitazione per le città, più di otto fuori. Ciò significa che se vogliamo rendere la COP 26 un successo e rispettare gli impegni in termini di trasporti ed edifici più puliti, dobbiamo cambiare il modo in cui le città sono pianificate, costruite e gestite. È necessario costruire più alloggi all’interno delle aree edificate esistenti, vicino alla rete dei trasporti pubblici, anziché costruire in periferia o in aree isolate. Oltre a una maggiore densità, occorrerà fare altre cose, come il retrofit delle case, l’abbandono dei combustibili fossili, il passaggio alle rinnovabili e l’eliminazione graduale delle auto a benzina e diesel. Le città e le regioni sono importanti siti di azione per il clima. Consumano il 78% dell’energia mondiale e producono più del 60% delle emissioni  e sono vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. Nell’ultimo anno, le principali città hanno sperimentato condizioni meteorologiche estreme, come inondazioni improvvise e uragani, e il lento innalzamento dei mari minaccia molte città vicino alle coste.

Le campagne Race To Zero e Race to Resilience di Global Climate Action evidenziano sia la necessità di ridurre le emissioni sia di costruire la resilienza.  Race To Zero è l’iniziativa ONU intorno alla quale si sono raccolte le realtà locali pubbliche e private e la società civile.  è una campagna globale per raccogliere la leadership e il sostegno di aziende, città, regioni e investitori per una ripresa sana, resiliente e a zero emissioni di carbonio che prevenga minacce future, crei posti di lavoro dignitosi e sblocchi una crescita inclusiva e sostenibile. Mobilita una coalizione delle principali iniziative net zero, che rappresenta 733 città, 31 regioni, 3.067 imprese, 173 dei maggiori investitori e 622 istituti di istruzione superiore. Questi attori dell’economia reale si uniscono a 120 paesi nella più grande alleanza di sempre impegnata a raggiungere emissioni nette di carbonio zero entro il 2050 al più tardi. Insieme, questi attori coprono ora quasi il 25% delle emissioni globali di CO2 e oltre il 50% del PIL. Guidata da Muñoz e Topping, Race To Zero mobilita attori al di fuori dei governi nazionali uniti nell’Alleanza per l’ambizione per il clima, lanciata al Summit sull’azione per il clima del Segratario generale ONU nel 2019. Race To Zero, prima della COP 26, si è data l’obiettivo di dare slancio al passaggio a un’economia decarbonizzata, in cui i governi devono rafforzare i loro contributi all’accordo di Parigi. Il messaggio è che imprese, città, regioni e investitori sono uniti per raggiungere gli obiettivi di Parigi e creare un’economia più inclusiva e resiliente. Proprio il Segretario dell’ONU Guterres, nell’evento di chiusura di oggi dell’agenda dell’azione globale per il clima alla COP 26, Racing To a Better World, ha lanciato un gruppo di esperti che analizzerà gli impegni del settore privato per raggiungere lo zero netto al riparo dal greenwashing.   Gli sforzi di tutti coloro che hanno aderito alla Race to Zero, hanno avuto il riconoscimento e un posto di rilievo nella manifestazione. Nicola Sturgeon, Primo Ministro della Scozia, che ha invitato i paesi ricchi a pagare i propri debiti ai paesi poveri e vulnerabili sotto forma di finanziamenti per perdite e danni, e Sadiq Khan, Sindaco di Londra, hanno offerto le loro prospettive come operatori nello spazio dell’azione per il clima. Italy for Climate, della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che pubblica questo bollettino, è il referente ufficiale, in collaborazione con l’Ambasciata Britannica, per la promozione di Race To Zero. Altri eventi di oggi:

  • Ricostruire meglio: accelerare la collaborazione profonda per l’azione per il clima dell’ambiente costruito
  • Sbloccare il Net Zero nelle città attraverso la trasformazione digitale sostenibile e soluzioni innovative
  • Sostenibilità e resilienza delle città nella crisi climatica e durante la pandemia di Covid.

Notizia di oggi che è d’obbligo citare è che anche l’Italia, insieme ad altri 11 Paesi, ha aderito alla Beyond Oil and Gas Alliance (BOGA) lanciata oggi alla COP 26 da Danimarca e Costa Rica. BOGA afferma nella sua dichiarazione di intenti di essere una coalizione internazionale di governi e parti interessate che lavorano insieme per facilitare l’eliminazione graduale della produzione di petrolio e gas. La coalizione mira all’eliminazione graduale della produzione di petrolio e gas, a mobilitare nei dialoghi internazionali sul clima azioni e impegni e a creare una comunità internazionale di pratica di questo obiettivo. Purtroppo però l’Italia è l’unica ad aver aderito al Boga solo in qualità di “friend”, con l’impegno meno stringente possibile previsto dall’iniziativa: mentre ai livelli più ambiziosi di adesione è richiesto, ad esempio, di fissare una data di azzeramento delle nuove estrazioni di combustibili fossili sul suolo nazionale, di mettere in campo riforme per il taglio ai sussidi fossili o di eliminare i finanziamenti per le estrazioni fossili all’estero, ad un friend” del BOGA, è richiesto solo, genericamente, di impegnarsi e lavorare per ridurre il ricorso ai fossili garantendo al contempo una transizione socialmente equa e giusta. A BOGA non aderiscono, è ovvio, i paesi grandi produttori di fossili. (ANSA e New Scientist).

Il negoziato. La sensazione che dava la COP 26 di oggi è quella dell’attesa di un parto (Nature). I delegati hanno davanti una lunga notte insonne per consegnare i testi finali che devono essere concordati da tutte le parti domani. Il problema nella mente di tutti è come mettere in moto i mercati globali del carbonio e come completare l’articolo 6. Nelle prossime ore i negoziatori di quasi 200 paesi contratteranno su ogni riga. La bozza di proposta pubblicata mercoledì mira a rendere realizzabile l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi: limitare l’aumento della temperatura globale media a non più di 1,5 °C. In serata questo grande passo in avanti non sembrava più impossibile. Il testo rileva che gli attuali impegni nazionali sono insufficienti per evitare un riscaldamento catastrofico e sollecita i paesi, in particolare quelli che non hanno adottato obiettivi più ambiziosi da quando è stato firmato l’accordo di Parigi, ad aggiornare i propri piani di riduzione del carbonio entro la fine del prossimo anno. Senza aumento di ambizioni il target a fine secolo rimarrà a 2,4 °C, o peggio, secondo l’UNEP. Molti operatori di nazioni vulnerabili non hanno gradito la forma generale dell’accordo emergente, giudicato debole. Hanno espresso il timore che anche il riferimento ai combustibili fossili, che non prevede una tempistica fissa, potrebbe finire per essere annacquato. Johnson ha detto che i negoziatori devono trovare un modo per plasmare un accordo che sposti il ​​mondo nella giusta direzione. Il rischio di scivolare indietro sarebbe un disastro assoluto per il pianeta. Da parte sua Kerry ha affermato che mentre rimangono molti ostacoli prima che qualcuno possa dichiarare un successo il vertice di Glasgow, la partnership formale di mercoledì con i cinesi può aiutare le possibilità che i leader mondiali scelgano la solidarietà. “Potremmo andarcene da qui senza lavorare insieme, il mondo chiedendosi dove sarà il futuro”, ha detto. “Oppure possiamo andarcene da qui con persone che lavorano insieme per aumentare l’ambizione e percorrere una strada migliore”. Tra i lati positivi, c’è “molta più urgenza nel linguaggio, più allarme, più di quanto ho visto in qualsiasi testo precedente, e questo è eccellente”, ha detto Christiana Figueres. “Sono anche entusiasta che il testo riconosca che questo è il decennio critico e che dobbiamo dimezzare le emissioni entro il 2030”. Lei stessa teme che “Dalla maturità del testo,  la COP non finirà venerdì, penso che andrà a sabato a causa di un grande, grande problema che è la finanza”.

Il penultimo giorno, i delegati si sono confrontati con le grandi idee, ma per scoprire che le singole parole contano sempre. Un membro dell’IPCC ha notato quello che sperava fosse un problema “innocuo, perché facilmente risolvibile” nelle decisioni finali. Si tratta della dicitura “limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C entro il 2100 richiede… di ridurre le emissioni globali di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al 2010 e allo zero netto intorno alla metà del secolo”, che rappresenta in modo errato quanto dice lo SR15 dell’IPCC sugli 1,5 °C. Infatti sostituisce la frase “1,5 °C con nessun o limitato overshoot” (che richiede riduzioni del 45% entro il 2030) con “1,5 °C entro il 2100 (che non le richiede)”. Questo cambiamento potrebbe suggerire che uno scenario in cui le temperature medie globali raggiungono p.es. 1,8 °C entro il 2070 e tornano a 1,5 °C entro il 2100 attraverso una rimozione attiva e significativa di CO2 dopo il 2070 sarebbe ancora coerente con gli obiettivi indicati nel documento finale. In breve, il mondo potrebbe superare gli  1,5°C e tentare di fronteggiare i danni atmosferici, ma, ha spiegato, ci sarebbero danni irreversibili alle persone e al pianeta associati a questo ulteriore riscaldamento globale. E, ha detto, sarebbe diventato formalmente impossibile valutare se l’obiettivo di 1,5 °C sia stato mancato (o raggiunto) se non oltre il 2100. Teme che consentire scenari che limitano il riscaldamento globale a 1,5 °C entro il 2100 attraverso la rimozione nella seconda metà di questo secolo di livelli arbitrariamente alti di CO2 potrebbe soffocare qualsiasi imperativo per una riduzione tempestiva delle emissioni.

Altre due parole sentite sono state “tornare indietro” in relazione ai negoziati sull’articolo 6. Lo stanco delegato non si riferiva al fatto se ci sarebbe stato o meno accordo, ma piuttosto all’ambizione rappresentata dalle opzioni sul tavolo. A Madrid, i timori di un meccanismo di mercato che possa minare l’integrità ambientale hanno portato alcuni paesi vulnerabili al clima a dichiarare che “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”. Un altro delegato ha anche ricordato Madrid, osservando che “questo è in molti modi lo stesso pacchetto che non siamo riusciti a completare a Madrid”. Finanza, governance delle perdite e dei danni e l’articolo 6 sono state tra le questioni rimaste irrisolte durante l’ultima COP del 2019. I delegati hanno esperienza con i compromessi tanto che, negli ultimi giorni di questo incontro, molti hanno sperato che i ministri potessero trovare le forme finali delle parole che in passato sono loro mancate. Si vedrà.

C’è stata ressa, per lo più di osservatori, in attesa dell’inizio della plenaria di chiusura che è stata aperta oggi in chiava meramente procedurale, un modo per raccogliere e rendere pubbliche le decisioni che sono pronte per essere adottate, consentendo al contempo il proseguimento delle trattative. Aprendo la plenaria il presidente Sharma ha osservato che “non siamo ancora arrivati” e ha affermato di non avere l’illusione che le parti siano soddisfatte dei testi attuali. Ha chiesto un “cambio di marcia” per raggiungere un accordo sulla finanza, in particolare sull’obiettivo della finanza quantificata collettiva e sulla finanza a lungo termine; sull’articolo 6; sul quadro rafforzato per la trasparenza e sulla mitigazione e il mantenimento degli 1,5 °C a portata di mano, dicendo “sappiamo che non possiamo permetterci di fallire”.

Per concludere la giornata in bellezza l’Egitto (campione della libertà) è stato confermato come l’ospite della prossima COP nel 2022 e gli Emirati Arabi Uniti (campione delle rinnovabili, è la sede dell’IRENA) ospiteranno la COP 28 nel 2023.

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