Cop 26 day by day – Lettere da Glasgow | Day 11

La Cop26 lancia la sfida: taglio del 45% dei gas serra entro il 2030. Ma per l’Italia la strada è lunga

di Antonio Cianciullo

Glasgow ha segnato un punto e passa la palla: ora tocca ai governi fare leggi e norme coerenti con gli impegni presi. E’ questa la sintesi delle due settimane di conferenza sul clima che si sono concluse dopo 24 ore di tempi supplementari con l’approvazione del documento finale.

Come spesso capita alle Cop, l’intensità emotiva della prova è andata aumentando con il passare dei giorni e, nella giornata conclusiva, con il passare delle ore. “Possiamo tornare alle nostre isole di origine, alle nostre comunità, senza niente?”, ha detto Tina Stege, inviata per il clima delle Isole Marshall, nell’assemblea plenaria convocata per valutare il documento conclusivo. “Non sono disposta a partire da qui senza niente”.

Per non andare via senza niente il fronte dei Paesi che più si sono impegnati per accelerare la decarbonizzazione della società hanno dovuto inghiottire un boccone amaro. Nel testo finale Il passaggio in cui si sollecitava l’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili è stato annacquato due volte. Prima aggiungendo l’aggettivo “inefficienti” (poco chiaro dal punto di vista logico). Poi cambiando “eliminazione” con “rallentamento”.

E’ stato un colpo di mano guidato da Cina e India che ha suscitato forti proteste da parte degli Stati formati da arcipelaghi a pelo d’acqua, della Svizzera e dell’Unione europea. Ma è stato grazie a questo compromesso che si è salvata la struttura di un accordo che fa fare al processo di fuoriuscita dall’economia dei fossili un passo avanti di una certa consistenza.

Il Glasgow Climate Pact, approvato ieri sera da più di 190 Paesi, segna alcuni punti fermi inediti nelle conferenze Onu. Il punto di partenza è l’obiettivo dal punto di vista della sicurezza. L’accordo di Parigi aveva fissato una forchetta: un traguardo minimo (stare ben sotto i due gradi di aumento rispetto all’era pre industriale) e un traguardo massimo (non superare la soglia di 1,5 gradi). Ora l’attenzione si sposta tutta sul tentativo di stare entro 1,5 gradi.

Di conseguenza si adegua la richiesta di taglio delle emissioni. Per la prima volta in un documento Onu si fissa l’obiettivo di un taglio del 45% delle emissioni serra rispetto al 2010 da raggiungere entro il 2030. Un obiettivo ambizioso ma indispensabile se si vuole tenere aperta la finestra di 1,5 gradi, il livello che gli scienziati giudicano necessario per contenere i danni climatici a un livello che non mini le fondamenta della nostra società.

Già, ma come si arriva a un taglio delle emissioni serra di queste proporzioni? Certo non con una corsa negli ultimi due o tre anni: bisogna far partire immediatamente un programma coerente e progressivo. Basato – è la base dell’Accordo di Parigi – sugli impegni volontari degli Stati.

Questi impegni al momento sono del tutto inadeguati. Lo dice il Glasgow Climate Pact: con le misure finora adottate dai governi si arriverebbe a una crescita delle emissioni del 13,7% al 2030 rispetto al 2010. Crescita non diminuzione. Facendo una banale somma si scopre che per fare i compiti a casa i governi devono tagliare – rispetto all’andamento attuale quasi il 60% delle emissioni che, in assenza di interventi, avverrebbero tra 9 anni. Per questo la Cop26 ha deciso di fare, a partire dal prossimo anno, un incontro di alto livello annuale per allineare i piani operativi dei governi e gli obiettivi sottoscritti dagli stessi governi.

“E’ un gap pesante e richiede che ogni Paese faccia con cura i suoi conti”, spiega Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e promotore di Italy for Climate. “Questo è il decennio chiave, non c’è più un giorno da perdere. “L’Italia ha ridotto le emissioni di circa il 20% tra il 1990 e oggi. Tra oggi e il 2030, in nove anni, ci aspetta un taglio decisamente superiore. Per questo il 2 dicembre come Italy for Climate abbiamo convocato una conferenza nazionale sul clima e chiediamo che sia varata anche in Italia una legge per la protezione del clima”.

La buona notizia è che il sistema di alleanze attorno al progetto di tutela dell’atmosfera sta crescendo. Alla Cop26 per la prima volta associazioni, enti locali, Regioni e imprese hanno avuto un ruolo da protagonisti. E’ il progetto Race to zero lanciato dalle Nazioni Unite per dare voci agli attori non istituzionali del cambiamento. La partita è dura, ma la squadra si rafforza per il secondo tempo, quello che si giocherà alla prossima Cop, quando si tratterà di allineare obiettivi pratici e teorici.

Resoconto tecnico

di Toni Federico

Venerdì 12 Novembre. È la giornata finale. Per la prima volta non ci sono eventi ma c’è una bozza di accordo da parte della presidenza

Arriva a fine nottata di venerdì, alle 7:13, una nuova bozza di accordo finale in otto pagine e 94 punti, frutto di una notte intera di negoziato. Include alcuni segnaposto per l’esito dei colloqui tecnici sulla finalizzazione del Regolamento di Parigi, l’Articolo 6, che sono ancora in corso. “Limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra, inclusa la riduzione delle emissioni globali di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e azzeramento netto intorno alla metà del secolo”, afferma il testo. Attualmente si prevede che i paesi tornino con migliori impegni nel 2025, in base all’accordo di Parigi, ma molti ora chiedono che la scadenza venga anticipata. Questa è  l’area di disaccordo più combattuta mentre i padroni di casa del Regno Unito lottano per un compromesso. La questione di quando e come rivedere gli NDC è cruciale perché, anche se i colloqui di Glasgow continueranno probabilmente fino a questo fine settimana, non c’è alcuna possibilità che i governi migliorino i loro NDC a questo vertice. Ma una clausola nella bozza di testo che costituirà l’esito principale dei colloqui consentirebbe un ritorno l’anno prossimo per aggiornare e rafforzare gli obiettivi.

Per il commercio del carbonio, secondo quanto riferito, il Brasile è disposto ad accettare regole di integrità più severe, probabilmente puntando a un potenziale terreno di compromesso per un accordo elusivo sul testo dell’Articolo 6. Gli Stati Uniti e la Cina hanno mostrato buona volontà con la dichiarazione congiunta di mercoledì, ma hanno continuato a negoziare in modo aggressivo come sempre dietro le porte chiuse. La Bolivia, a nome dei paesi in via di sviluppo Like minded (LMDC), i cui membri vanno incredibilmente dall’Arabia Saudita al Bangladesh, giovedì aveva criticato i paesi ricchi in una conferenza stampa per “colonialismo del carbonio” e ha chiesto che l’intera sezione dell’accordo sulla riduzione delle emissioni venga rottamata. A meno che non si attribuiscano maggiori responsabilità agli inquinatori storici ma la bozza non l’accontenta. In realtà, come dice il negoziatore UK, “Non c’è ancora un consenso in questa conferenza sul fatto che abbiamo bisogno di aumentare collettivamente la nostra ambizione”. Il pericolo è quello di un compromesso debole. António Guterres, segretario ONU, ha incontrato i ministri per dare urgenza ai colloqui. “Non possiamo accontentarci del minimo comune denominatore dell’azione per il clima. Faccio appello a tutti i paesi per aumentare l’ambizione nella mitigazione, nell’adattamento e nella finanza”.

Avevamo già detto che nelle 25 pagine dell’Accordo di Parigi non compare mai il termine “combustibili fossili”, né c’è menzione di carbone, petrolio o gas, perché molte nazioni produttrici di combustibili fossili vogliono continuare a parlare di emissioni piuttosto che delle fonti energetiche che ne sono la causa. Lo stesso vale finora per tutti i documenti della convenzione climatica. Tutti erano scettici su un possibile cambiamento a Glasgow. In realtà nella bozza di questa mattina una citazione la troviamo al punto 36:”… accelerating the phaseout of unabated coal power and of inefficient subsidies  for  fossil fuels“. Non vengono fissate date né obiettivi precisi su questo problema. Questo punto è relativamente più debole rispetto al testo precedente (Guardian), ma è comunque un segnale importante: il termine inefficient non c’era e i sussidi “efficienti” non si capisce cosa sono. Inoltre vengono di fatto accreditati gli impianti dotati di cattura e sequestro del carbonio (CCS). L’aumento a breve termine degli impegni climatici entro il 2022, che continua a essere nel testo, non è ancora congruente agli 1,5 °C se non viene abbinato a una solida azione a breve termine, ad esempio, accettando di eliminare gradualmente i trilioni spesi annualmente per sovvenzionare i combustibili fossili. Non sorprende perciò che quando i ministri della Danimarca e del Costa Rica hanno lanciato un’alleanza per porre fine all’era del petrolio e del gas, l’azione sia stata considerata una provocazione. All’Alleanza hanno aderito, fissando una data di fine per l’estrazione di petrolio e gas e di stop alle nuove concessioni, licenze o round di leasing, Francia, Irlanda, Portogallo, Svezia, Groenlandia, Quebec e Galles. Nuova Zelanda e California, che non soddisfano tutti i criteri di adesione, hanno aderito all’alleanza come “membri associati” e l’Italia si è dichiarata “amica” del gruppo.

è invece molto positivo che uno dei pezzi più cruciali del primo testo sia sopravvissuto. è l’invito ai paesi a elaborare nuovi obiettivi di emissioni per il 2030 entro la fine del prossimo anno. Il testo recita ora “requests” ai Paesi, dove prima si diceva “urges”. La cosa fondamentale, al di là del vocabolario, è che l’indicazione per elaborare nuovi piani entro la fine del 2022 è passata attraverso l’ultima serie di modifiche e potrebbe arrivare al testo finale.

Altre questioni fortemente divisive sono le soluzioni basate sulla natura (ripristino, compensazioni, offsetting). Già la bozza pubblicata mercoledì ha sottolineato “l’importanza fondamentale delle soluzioni basate sulla natura e degli approcci basati sugli ecosistemi, compresa la protezione e il ripristino delle foreste, per ridurre le emissioni, migliorare gli asportazioni e proteggere la biodiversità”. La Bolivia, a nome dei paesi in via di sviluppo LMDC, affermava che così si presume che “la natura sia solo al servizio dei bisogni delle persone” invece di qualcosa “che ha un valore intrinseco”. I sostenitori vedono le soluzioni basate sulla natura come un modo per colmare il divario tra le agende del clima e della biodiversità. Il WWF afferma che l’inserimento nel documento della COP 26 potrebbe favorire l’accettazione del fatto che faccia parte di un accordo sulla biodiversità a Kunming, in Cina, il prossimo anno:
“È incoraggiante che il nuovo testo sottolinei il ruolo fondamentale della natura nel raggiungimento dell’obiettivo della temperatura dell’accordo di Parigi. La scienza è chiara, non esiste una strada praticabile per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C senza la natura. È fondamentale che le parti garantiscano che questo linguaggio rimanga nel testo finale”. I critici viceversa affermano che il termine è usato in modo improprio dalle grandi società per giustificare l’inquinamento continuo e che sono necessarie salvaguardie dei diritti umani per proteggere le comunità indigene. Secondo ActionAid International le soluzioni basate sulla natura spesso diventano sinonimo di compensazione del carbonio e non esistono attualmente definizioni, criteri o meccanismi di salvaguardia ufficiali per le soluzioni basate sulla natura.

In materia di finanza la bozza esorta le economie sviluppate ad aumentare “urgentemente e significativamente la loro fornitura di finanziamenti per il clima, il trasferimento di tecnologia e la capacitazione” per aiutare le nazioni sviluppate ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Anche le istituzioni finanziarie e il settore privato vengono esortati nel documento a mobilitare finanziamenti che aiuterebbero a fornire risorse su larga scala per realizzare piani climatici, osservando con “profondo rammarico” che l’impegno delle nazioni sviluppate a mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno per la mitigazione del cambiamento climatico non è stato ancora rispettato. I paesi in via di sviluppo temono che non ci siano abbastanza garanzie per loro sui finanziamenti per il clima.  La bozza mostra alcuni progressi in questo settore. Alcuni elementi sembrano poter essere più forti, in particolare l’adattamento, la finanza e le perdite e i danni, che erano davvero molto necessari. Questi problemi sono i finanziamenti per uno sviluppo pulito, l’adattamento agli impatti climatici e il pagamento dei danni inevitabili. Ora ci sono date specifiche, che chiedono ai paesi di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento entro la fine del 2025.  Non va però dimenticato che sui 100 miliardi di dollari all’anno promessi dal 2020, non c’è ancora alcuna data (si accenna addirittura al 2025) per colmare il deficit che i paesi non sono riusciti a ottemperare l’impegno nel 2020 e nel 2021.

Nella serata di venerdì il presidente Sharma diffonde un comunicato di scuse per non essere riuscito a concludere la Conferenza nei termini stabiliti. Si lavorerà tutta la notte e il documento dovrebbe essere pronto per le 10 di sabato e per l’assemblea conclusiva intorno alle 10;00. Ma, alla luce delle difficoltà del negoziato, neanche questo è sicuro.  Molte decisioni cruciali, in particolare sui mercati del carbonio e sul testo fondamentale dell’accordo, rimangono incerte.

Ora tocca ai ministri concludere un accordo che apra le porte a maggiori finanziamenti per il clima e impegni i paesi a rafforzare le loro ambizioni. Mentre ci inoltriamo nella notte, facciamo il punto dei progressi di questa COP rispetto alla precedente nei suoi contenuti fondamentali:

Mitigazione e adattamento: pochi progressi. A Parigi, sei anni fa, l’obiettivo di mitigazione era quello di limitare l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, con un’ulteriore e più ambiziosa aspirazione a mantenerlo al di sotto degli 1,5 °C. Gli scienziati ora affermano che mantenere l’obiettivo di 1,5 gradi è imperativo per frenare alcune delle conseguenze più gravi del riscaldamento globale, comprese alcune transizioni irreversibili. Quindi, alla COP di quest’anno spetta di concordare l’obiettivo più ambizioso e convincere i paesi ad aumentare i propri obiettivi di mitigazione per raggiungerlo mediante la eliminazione graduale dei combustibili fossili Ma a partire da giovedì, 22 nazioni, tra cui Cina e India, si sono opposte al testo aggiornato, affermando che i paesi in via di sviluppo pagherebbero ancora una volta per un problema causato principalmente dai paesi ricchi. Manca una definizione delle risorse che necessitano per l’adattamento e dei relativi standard. Le cifre che vengono indicate sono una frazione minima del fabbisogno indicato dall’UNEP.

Phase out dei fossili.Qualche progresso. Più di 100 nazioni si sono impegnate a ridurre le proprie emissioni di metano. Ma alcuni dei principali emettitori, tra cui Cina e India, non hanno firmato. Più di 40 paesi si sono impegnati a eliminare gradualmente il carbone, il combustibile fossile più sporco. Ma nelle ultime ore sono state escogitate delle scappatoie nel testo che secondo i critici ne indeboliscono significativamente l’efficacia.

Finanza: pochi progressi. Il più grande ostacolo alla ricerca di un consenso è chi pagherà per la transizione dai combustibili fossili, l’adozione di energia pulita, la costruzione di infrastrutture più resilienti al clima. Tutto ciò richiede massicci investimenti che nessuno si vuole sobbarcare. Nel 2009, gli Stati Uniti avevano promosso a Copenhagen un accordo per 100 miliardi all’anno, a partire dal 2020, per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare il cambiamento climatico. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno rinnovato il loro impegno, affermando che avrebbero stanziato oltre 3 miliardi di dollari all’anno per tale sforzo a partire dal 2024. Ma nell’ultima bozza di testo dell’accordo non sono indicati modi né tempi per quella promessa finanziaria. Sul meccanismo di Varsavia, per il risarcimento delle perdite e dei danni, nonostante le dichiarazioni, non ci sono progressi a questa sera. La bozza di testo di venerdì mattina si limita ad includere una decisione per creare una struttura di assistenza tecnica.

Carbon pricing: pochi progressi. Uno schema di tariffazione del carbonio del tipo cap&trade stabilisce essenzialmente un limite (cap) alle emissioni, cosicché gli inquinatori che superano tale limite possono acquistare crediti sotto forma di permessi da coloro che rimangono al di sotto del cap. C’è disaccordo su quanto sia efficace un tale schema nel frenare l’aumento delle emissioni. Finora i paesi membri non sono riusciti a ottenere un consenso sulle cosiddette regole dell'”Articolo 6″ dell’accordo di Parigi, che si occupano del prezzo del carbonio. E a partire da giovedì, diverse questioni importanti sono rimaste irrisolte, incluso come contare i crediti, quali tipi di crediti dovrebbero essere consentiti e se i paesi in via di sviluppo dovrebbero ottenere disposizioni speciali.

Soluzioni basate sulla natura: qualche progresso. Oltre a ridurre l’uso di combustibili fossili, il modo migliore per combattere il cambiamento climatico è fare affidamento sulla capacità naturale delle foreste e degli oceani di togliere carbonio dall’atmosfera. Su questo fronte, un nuovo impegno di oltre 130 paesi per fermare e invertire la deforestazione entro il 2030 ha mostrato alcuni progressi compiuti al vertice di quest’anno. Tuttavia, molti rimangono scettici sul fatto che i paesi possano mantenere questo impegno, considerando le promesse simili che in passato sono state disattese.

Sabato 13 Novembre. Finisce qui la COP 26 con l’assemblea plenaria di chiusura e il documento finale emendato dall’India

Oggi alle 8:00 precise vengono rilasciati una nuova bozza di accordo finale in sette pagine e 71 punti, e una nuova bozza di decisione dell’organismo di gestione dell’Accordo di Parigi, CMA, in nove pagine e  97 punti. L’assemblea informale di stocktaking è rimandata di qualche ora al primo pomeriggio. Il confronto tra i due documenti, quello di oggi e quello di mercoledì, mette in evidenza qualche ulteriore passo indietro frutto della negoziazione e delle discussioni di questa notte. La terza bozza di questa mattina ha mantenuto le risoluzioni chiave per perseguire i tagli delle emissioni di gas serra in linea con l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C. Alle nazioni verrà chiesto di tornare il prossimo anno per rafforzare i loro obiettivi sui tagli alle emissioni, gli NDC che finora sono inadeguati, e per accelerare l’eliminazione graduale dei sussidi per l’energia a carbone e i combustibili fossili. I delegati studieranno attentamente la decisione fino all’una, ora locale, quando saranno chiesti i loro commenti, dopo di che la presidenza cercherà di passare rapidamente a una sessione conclusiva in cui possono essere adottate le decisioni finali.

I paesi lasceranno Glasgow ben consapevoli che gli attuali impegni collettivi per la riduzione delle emissioni entro il 2030 non sono abbastanza ambiziosi. Non sono allineati con l’obiettivo dell’accordo di Parigi di mantenere l’aumento del riscaldamento ben al di sotto dei 2 °C e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. La migliore delle stime pubblicate in questi giorni proietta l’anomalia termica a fine secolo a 2,4 °C, guadagnando appena 0,3 °C rispetto agli NDC ufficiali di luglio. Il progetto di testo della presidenza invita inoltre tutti i paesi ad accelerare gli sforzi verso l’eliminazione (phaseout) dell’energia a carbone e dei sussidi inefficienti (termine rimasto per tutti misterioso) per i combustibili fossili. L’atmosfera dei colloqui è stata generalmente costruttiva, sebbene alcune nazioni abbiano cercato di annacquare gli accordi sull’eliminazione graduale dei combustibili fossili e di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. I paesi in via di sviluppo vogliono, da parte loro, ulteriori garanzie sui finanziamenti per il clima, necessari per aiutarli a far fronte agli impatti di condizioni meteorologiche estreme, perdite e danni.

La plenaria conclusiva ha inizio alle 19:25 di sabato. All’esterno Greta Thunberg sventola il cartellino rosso alla COP 26. Le opposizioni di Cina ed India al phaseout tendenziale del carbone e dei combustibili fossili sembrano insuperabili, così come la riluttanza dei paesi poveri al testo del documento a causa del deficit dei finanziamenti tanto del GCF di Copenhagen quanto delle perdite e danni di Varsavia, il WIM. Cina ed India alla fine avranno ragione della resistenza presidenziale. Il testo viene emendato last minute suscitando una marea di dissensi. Dopo il primo, cash, salta così anche il terzo punto del programma della presidenza inglese: il coal. Opportunamente Boris Johnson si guarda bene dal farsi vedere. Draghi non può fare diversamente. Hollande a Parigi era andato.

Il Presidente Sharma, visibilmente contrariato, nel suo ultimo commosso intervento dichiara: “è il momento della decisione e delle scelte di importanza vitale che tutti voi avete impostato e che hanno lanciato un decennio di crescente ambizione sui temi come l’adattamento, la mitigazione, la compensazione delle perdite finanziarie e dei danni e per rimanere sulla strada per mantenere gli 1,5 °C a portata di mano.  Abbiamo confermato l’obiettivo dei cento miliardi di dollari e abbiamo quantificato il nuovo obiettivo per la Climate Finance. Queste decisioni concludono gli elementi in sospeso del libro delle regole dell’Accordo di Parigi. Credo che le decisioni che stiamo per prendere dimostrino la rilevanza e la leadership di questo processo multilaterale che promuovono un’azione per il clima inclusiva, riconoscendo l’importante ruolo svolto dai giovani, dalla società civile, delle popolazioni indigene, delle comunità locali e degli altri stakeholder. Ci complimentiamo per l’impressionante impegno e le azioni di tutti coloro che si sono uniti a noi a Glasgow nella nostra visione cash, car, coal, trees. I negoziati sono stati tutt’altro che facili. ve lo dico sinceramente, ma sono rimasto colpito dall’impegno che avete dimostrato per portare a termine il nostro lavoro, per creare consenso su un’agenda senza precedenti e alla fine concordare qualcosa di significativo per la nostra gente e il nostro pianeta. Ognuno di voi e la nazione che rappresentate si è fatto avanti qui a Glasgow accettando di fare ciò che serve per mantenere gli 1.5 °C alla portata. è mio grande onore accompagnarvi attraverso la procedura formale di adozione della decisione finale. Pertanto invito ora la COP ad adottare la decisione contenuta nel documento FCCC/PA/CMA/2021/L.16. Rispetto a questo testo l’India ha proposto un emendamento dell’ultimo minuto che sostituisce il “phase out” del carbone con un “phase down“, ovvero una riduzione graduale. La versione emendata, denominata Patto sul clima di Glasgow è ancora in forma “unedited” sul sito UNFCCC alla data del 17 novembre. ll nuovo testo in lingua originale è:

Parties would commit to “escalating efforts to phase down unabated coal power and phase out inefficient fossil fuel subsidies while providing targeted support to the poorest and the most vulnerable in line with national circumstances and recognising the need for support towards a just transition.”

Il testo di questa mattina era invece:

“including accelerating efforts towards the phase out of unabated coal power and inefficient fossil fuel subsidies, recognising the need for support towards a just transition.”

In precedenza, India, Iran e alcuni altri paesi avevano espresso opposizione ai riferimenti alla graduale eliminazione dei sussidi al carbone e ai combustibili fossili. Molti delegati dei paesi svantaggiati hanno espresso il loro disappunto per la proposta dell’India, ma hanno affermato che l’avrebbero accettata, sia pure con riluttanza. Il testo non prevede strumenti di finanziamento specifici per perdite e danni, una richiesta cruciale dei paesi in via di sviluppo. Ma la Guinea, parlando a nome dei paesi del G77, ha affermato che con questa grave mancanza “si può convivere“, purché non porti pregiudizio alle nostre sacrosante aspirazioni. “Accettiamo questo cambiamento con la massima riluttanza”, hanno detto le Isole Marshall. La Svizzera fa eco alla delusione generale dei paesi occidentali, ribadisce che l’eliminazione del carbone è indispensabile, ma non si oppone al documento emendato dall’India. Pesante il dissenso dell’Europa, che si sente tagliata fuori dall’intesa USA – Cina. “Sappiamo benissimo che il carbone non ha futuro”, afferma Timmermans, chairman del clima dell’UE, “ma questo non dovrebbe impedirci di prendere oggi una decisione storica”. “Per il bene più grande, dobbiamo ingoiare questo boccone amaro”, ha dichiarato il Lichtenstein.  L’Europa dichiara: “è importante che siamo stati in grado di concordare sulla necessità di ridurre significativamente le emissioni globali in questo momento critico in cui le parti devono aggiornare i loro NDC per dare risposta all’emergenza climatica in linea con ciò che la scienza dice per mantenere vivo l’obiettivo degli 1,5 °C.  Per l’UE è di fondamentale importanza che si sia stati in grado di concludere il Rulebook che consentirà di attuare pienamente l’accordo di Parigi. Altrettanto importante è la determinazione ad aumentare la finanza per il clima soprattutto per l’adattamento per i paesi in via di sviluppo più vulnerabili. EU si impegna ad aumentare i suoi contributi e a sostenere la  Rete di Santiago per perdite e danni. Il fatto che abbiamo stabilito che dobbiamo mantenere in vita gli 1,5 °C è di importanza storica, ha aggiunto Timmermans. Per molta gente gli 1.5 °C non significano niente. Ma noi potremo dire ai nostri figli che, se facciamo quello che abbiamo promesso qui, l’umanità imparerà a vivere dentro precisi confini, il che significa che c’è un futuro prospero per ogni essere umano su questo pianeta. John Kerry, che certamente ha consentito a Cina e India di prevalere, dichiara che: “La negoziazione perfetta è quella che scontenta tutti”, con buona pace di Obama. 

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che i testi finali sono sostanzialmente dei compromessi che riflettono gli interessi, le condizioni, le contraddizioni e lo stato della volontà politica nel mondo di oggi. “Stiamo ancora bussando alla porta della catastrofe climatica”, ha detto.”… credo ancora che il mondo debba eliminare gradualmente il carbone, porre fine ai sussidi ai combustibili fossili e dare un prezzo al carbonio, oltre a onorare l’impegno di 100 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima a sostegno dei paesi in via di sviluppo. Non abbiamo raggiunto questi obiettivi in questa conferenza. Ma abbiamo alcuni elementi per andare avanti”.

In poche ore, a fine Conferenza, sono stati annunciati e pubblicati resoconti e commenti da tutte le parti, operatori, esperti, giornalisti, radio e TV, per lo più improntati ad uno scetticismo che talvolta è interessato, talaltra segno di delusione da parte di chi, nel combattimento contro i cambiamenti climatici, non vuol cadere nella abusata trappola di dare spazio a chi cerca di far profittare i propri interessi in salsa green. Ma quella che impressiona è la mobilitazione intorno ai temi del clima, che a questi livelli non si era mai vista: la società civile è in moto e questo ci sembra più importante degli esiti della riunione di condominio di Glasgow o del G20.

I conseguimenti della COP 26:

  • “They said everything and did nothing”, si dice dalla strada. Dal punto di vista politico Cina e Stati Uniti hanno ripreso la scena del negoziato, tagliando la strada all’Unione Europea che vuole stare alla guida del processo internazionale sul clima. Si incontreranno lunedì in via telematica, la COP 26 è finita, decidono loro. I giudizi sono i più vari. I più duri vengono dall’Europa e, ovviamente, dalla strada.
  • L’obiettivo maggiore di Parigi a 1,5 °C viene acquisito formalmente con l’impegno “... to pursue efforts to limit the temperature increase to 1.5 °C;  recognizing that limiting global warming to 1.5 °C requires rapid, deep and sustained reductions in global greenhouse gas emissions, including reducing global carbon dioxide emissions by 45% by 2030 relative to the 2010 level and to net zero around midcentury, as well as deep reductions in other greenhouse gases” (21,22).
  • in materia di mitigazione alla fine la COP 26 decide “… accelerate the development, deployment and dissemination of technologies, and the adoption of policies, to transition towards low-emission energy systems, including by rapidly scaling up the deployment of clean power generation and energy efficiency measures, including escalating efforts  to phase down unabated coal power and phase out inefficient fossil fuel subsidies …” (36). C’è tutto quello che serve per la transizione energetica, ma il lavorio degli emendamenti ha reso tutto labile, le centrali a carbone unabated, i sussidi ai fossili eliminati solo se inefficient, gli abbattimenti divenuti escalating efforts. Si sfugge come si vuole. Finalmente però, oltre alle emissioni, si comincia a parlare in qualche modo dei combustibili fossili che ne sono la causa: è ufficialmente la prima volta in ambito UN FCCC. Il conflitto a Glasgow sembra prefigurare, in nome delle responsabilità differenziate del Principio 7 di Rio de Janeiro, la differenziazione dei percorsi. L’occidente decarbonizzato e l’oriente per la sua strada che, però, non porta a Parigi. Al di là del riconoscimento alle indicazioni di percorso dell’IPCC, non ci sono decisioni a Glasgow sugli impegni per il 2030, nonostante le pressioni dell’Europa. Di phaseout di petrolio e gas naturale non ha parlato nessuno.
  • Gli NDC presentati prima di Glasgow portano lontano dagli obiettivi di Parigi, al netto degli impegni annunciati dai Capi di Stato e dalle imprese nei primi due giorni della COP 26. L’accordo prevede che entro l’anno prossimo i Paesi che ancora non l’hanno fatto devono consegnare i loro piani nazionali. Poi parte un programma di lavoro per accelerare il taglio delle emissioni, che presenterà i suoi risultati alla COP 27,  e si darà vita ad una commissione annuale di verifica delle strategie sul clima dei vari Paesi. Sulla questione del timing degli NDC (Art. 4 di Parigi) si è scelto che siano rinnovati ogni cinque anni nel rispetto del principio del ratcheting-up di Parigi (78) e di anticipare gli impegni programmati per il  2035 e il 2040 al 2025 e al 2030.
  • In materia di trasparenza del sistema di contabilità delle emissioni, con il quale i Paesi dichiarano le loro emissioni e sottopongono i propri sforzi al giudizio altrui, l’accordo raggiunto a Glasgow prevede che i Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di flessibilità nella contabilità delle emissioni possono evitare di consegnare alcuni dati. Si parte dal 2024.
  • Si è trovato l’accordo sul mercato del carbonio, di cui all’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi e alle relative regole lasciate inevase a Madrid. Dopo sei anni di trattative, si è deciso come regolamentare il mercato dei crediti, ossia un sistema cap&trade di scambio delle emissioni tra i Paesi, che riporta al CDM di Kyoto, attraverso cui chi emette meno compensa chi supera i limiti. I crediti maturati all’interno dei Protocollo di Kyoto fino alla scadenza del 2020 grazie alla riduzione della deforestazione, avevano suscitato forti dubbi e sono stati cancellati. Comprensibile l’ira dei paesi detentori di quei crediti che la Bolivia ha voluto rappresentare: “Ci rifiutiamo di essere intrappolati nel colonialismo del carbonio. I paesi sviluppati continuano a usare il carbon budget di quelli in via di sviluppo, e questo non è corretto”.
  • La finanza dell’azione climatica è stato l’oggetto più duro del contendere. Confermati i cento miliardi/anno di Copenhagen, ma rimandati al 2023. I Paesi meno sviluppati sono arrivato a Glasgow senza che le economie più ricche avessero raggiunto nemmeno l’80% del sostegno promesso nel 2009. L’impegno di Glasgow è di aumentare, persino raddoppiare gli stanziamenti in futuro, però tra il 2025 e il 2 I Paesi meno sviluppati avrebbero voluto una formula più stringente per recuperare anche le quote non versate in precedenza. Per l’adattamento (pp. 11 – 19) la COP: “… Urges developed country Parties to at least double their collective provision of climate finance for adaptation to developing country Parties from 2019 levels by 2025, in the context of achieving a balance between mitigation and adaptation in the provision of scaled-up financial resources” (18). Viene sollecitato l’intervento degli investimenti privati (19).
  • Perdite e danni. Niente soldi ma viene riconosciuto il diritto al risarcimento e il pieno appoggio tecnologico e capacitativo. Loss and damage è una formula convenzionale per indicare i risarcimenti che i Paesi meno sviluppati, ma più vulnerabili, chiedono alle economie più ricche. Verrà potenziata la Santiago Network, una rete che mette a disposizione aziende e operatori che possano fornire aiuto ai paesi poveri nell’affrontare le emergenze climatiche (61 – 74).

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