Cop 26 day by day – Lettere da Glasgow | Day 2

Più foreste, meno metano: Cop26 entra nel vivo

di Antonio Cianciullo

L’andamento delle Cop somiglia al clima: è caotico e difficilmente prevedibile. Rispetto al copione tradizionale quest’anno c’è stato un colpo di scena. I big hanno fatto irruzione all’inizio del primo atto, invece di farsi precedere dal lungo lavoro degli sherpa e arrivare subito prima che si chiuda il sipario, sperando di cogliere applausi. Lo hanno fatto perché temono che questa volta arrivino i fischi? Che non ci siano margini per un accordo? O l’intento è stato diverso e positivo: dare una scossa emotiva all’inizio sperando che sortisca qualche effetto?

In ogni caso è stata una partenza sprint. Con tre dei big polluters che hanno avuto un ruolo di rilievo. Due si sono notati di più per l’assenza (Cina e Russia), uno per la presenza. Il premier indiano Narendra Modi ha calato con maestria il suo asso quando le carte erano già sul tavolo e tutti attendevano l’ultima mossa. I protagonisti della scena economica globale avevano indicato la data di phase out dei fossili e su quella si era consumato il conflitto al G20, sanato all’ultimo momento dall’abilità lessicale del team di Draghi che ha trovato l’espressione capace di creare il trompe l’oeil, la simulazione di un accordo inesistente: “entro o intorno alla metà del secolo”.

Che fino a ieri voleva dire 2050 (tesi maggioritaria sostenuta dalle Nazioni Unite e da un folto gruppo di democrazie) o 2060 (tesi appoggiata da Cina e Russia). Da oggi può voler dire 2070? Secondo Modi sì. L’India arriverà alla decarbonizzazione tra mezzo secolo. Lo ha detto seguendo un ragionamento che riprende una traccia antica (le responsabilità comuni ma differenziate se si vuole usare il gergo Onu) ma con aperture moderne (la volontà di tagliare un miliardo di tonnellate di gas serra entro il 2030) e l’accenno a una possibile evoluzione della data (a fronte di più cospicui finanziamenti).

“I Grandi della Terra non sanno parlare con una voce sola; è stato evidente al G20 di Roma e lo è ancora alla Cop26”, ha chiosato oggi Oscar Soria, direttore delle campagne di Avaaz, l’organizzazione non governativa nata nel 2007 a New York. Esaurito l’effetto ipnotico dei titoli regalati ai media dalla creatività linguistica di Boris Johnson e dalla teatralità di Modi, già al secondo giorno l’andamento caotico è affiorato, con l’attenzione che ha cominciato a disperdersi tra foreste e politiche degli aiuti, derive tecnologiche e metodologie di calcolo.

Ma in realtà proprio qui sta il sale delle Conferences of parties (le parti che hanno sottoscritto la Convenzione quadro contro i cambiamenti climatici). Un meccanismo elefantiaco (popolato da decine di migliaia di delegati). Spesso criticato per i cuoi costi (anche ambientali). Lento per la necessità di ottenere un consenso unanime (secondo la procedura delle Nazioni Unite). E tuttavia spesso capace di testimoniare una vitalità che i vertici dei Grandi non hanno. La presenza dentro le sale e fuori dalle sale di ambientalisti, rappresentanti dei popoli indigeni, imprese interessate alla transizione, enti locali crea un mix che in fondo ha un grande pregio: somiglia alla realtà.

Dunque riportare il dettaglio di giornate in cui centinaia di dichiarazioni si intrecciano sarebbe controproducente: rischierebbe di creare confusione invece di comprensione. Ma qualche flash serve a dare l’idea. Eccoli.

Bezos promette 2 miliardi di dollari per l’Africa. Il premier giapponese promette 10 miliardi di dollari in 5 anni per aiutare la decarbonizzazione in Asia. Più di 100 Paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni di metano almeno del 30% entro il 2030 (rappresentano il 70% del Pil mondiale ha detto Biden). Più di 100 Paesi si sono impegnati a “proteggere e ripristinare le foreste della Terra”.

Se si deve scegliere un protagonista della giornata, la palma va proprio alle foreste, descritte da Boris Johnson come “grandi ecosistemi pieni di vita, vere cattedrali della natura, i polmoni del nostro pianeta”. Gli Stati firmatari s’impegnano a porre fine alla deforestazione e a invertire la tendenza del fenomeno entro il 2030. Previsti stanziamenti pubblici e privati per oltre 19 miliardi di dollari.

Un bell’annuncio. Peccato che tra i firmatari ci sia anche il presidente del Brasile Jaire Bolsonaro. Dopo essersi allenato negando gli effetti del covid, Bolsonaro ha proseguito ignorando i picchi di incendi che l’Amazzonia ha subito da quando è stato eletto. E pochi giorni fa, a SkyTG24, ha detto: “L’Amazzonia non prende fuoco, è una foresta umida, prende fuoco soltanto nelle sue zone periferiche”.

Anche 30 multinazionali finanziarie e assicurative, tra le quali Aviva, Schroders e Axa, si sono comunque impegnate a sospendere ogni investimento che aggravi la deforestazione. E se la richiesta da parte dei consumatori, cioè di tutti noi, di utilizzare solo legno certificato si allargherà, sarà difficile continuare a giocare con promesse smentite dai fatti.

Resoconto Tecnico

Proseguono gli interventi dei leader. L’intervento del Presidente Biden fissa gli obiettivi americani. Finalmente una dichiarazione sulle foreste

di Toni Federico

Cominciamo dalla Cina? Il presidente Xi Jinping, in una dichiarazione scritta che non contiene alcun nuovo impegno significativo, ha invitato i paesi sviluppati a “fornire supporto per aiutare i paesi in via di sviluppo a fare meglio nell’affrontare la crisi climatica”. Il leader cinese ha anche esortato tutti i Paesi a intraprendere azioni più forti per “affrontare congiuntamente la sfida climatica” e ha affermato che il suo paese “accelererà la transizione verso l’energia green e a basse emissioni di carbonio, svilupperà vigorosamente le energie rinnovabili e pianificherà e costruirà grandi impianti eolici e fotovoltaici”.

Diverso il contributo degli Stati Uniti, l’altro grande paese sotto osservazione. Dopo aver duramente criticato Cina e Russia alla conclusione del G20 di Roma, nell’intervento di ieri il presidente Joe Biden si è scusato per il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi e ha riconosciuto che “ogni giorno che rimandiamo, il costo dell’inazione aumenta”. Biden aveva riconfermato il ritorno all’Accordo di Parigi nel suo primo giorno in carica ed ha ora confermato il piano a lungo termine per decarbonizzare l’economia degli Stati Uniti entro il 2050. Nel piano si chiede al settore elettrico di eliminare le emissioni entro il 2035 attraverso innovazioni di trasmissione, efficienza energetica, stoccaggio e generazione. Saranno necessarie, dice, diverse altre strategie, tra cui la cattura del carbonio nelle centrali elettriche e la tecnologia DAC per rimuovere la CO2 dall’atmosfera.

Gli esperti affermano che è necessario limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali per mitigare gli impatti peggiori del cambiamento climatico. Biden ha affermato che gli Stati Uniti ora comprendono la sfida che li attende e possono aiutare a raggiungere tale obiettivo. “Stiamo pianificando sia uno sprint a breve termine fino al 2030 che manterrà gli 1,5 °C a portata di mano, sia una maratona che ci porterà al traguardo e trasformerà la più grande economia del mondo in una fiorente economia innovativa, equa e giusta, motore di energia pulita”. Il piano di decarbonizzazione a lungo termine emesso dalla Casa Bianca si baserà su cinque strategie, tra cui la decarbonizzazione del settore elettrico entro il 2035, l’aumento dell’efficienza e l’elettrificazione degli edifici e dei trasporti. Altri approcci includono la riduzione delle emissioni di metano attraverso il rilevamento delle perdite e la riparazione dei sistemi di petrolio e gas e lo sviluppo delle tecnologie per rimuovere il carbonio dall’atmosfera. L’amministrazione Biden ha fissato l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra in tutta l’economia del 50-52% entro il 2030. Il piano, tuttavia, dipende dall’approvazione dell’agenda di Biden da parte di un Congresso diviso. Giovedì scorso, la Casa Bianca e i Democratici sembravano aver raggiunto un accordo su un quadro di bilancio di 1,85 trilioni di US$, che include 550 miliardi per programmi per l’energia pulita e il clima nel prossimo decennio. Non è chiaro, tuttavia, se il senatore Joe Manchin sosterrà il piano e i democratici non possano permettersi di perdere voti al Senato. Continua Biden dicendo che l’accordo sulle infrastrutture e il quadro Build Back Better “ci metteranno su un percorso decisivo per raggiungere i nostri obiettivi climatici. Abbiamo e continueremo a utilizzare ogni agenzia e ogni strumento a nostra disposizione per organizzare una risposta climatica che non sia di sacrificio, ma di opportunità e possibilità”. Nella figura seguente è riportato il profilo previsto dagli Stati Uniti per la decarbonizzazione al 2050. Il presidente Biden ha anche annunciato al vertice che gli Stati Uniti inizieranno a fornire 3 miliardi di US$ all’anno, entro il 2024, per aiutare i paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici.

Secondo l’inviato speciale degli Stati Uniti per il clima John Kerry, “il mondo è sempre più concentrato sul mantenimento del limite di 1,5 °C sull’aumento della temperatura. Circa il 65% del PIL globale è ora impegnato su questo obiettivo. A gennaio c’erano solo due o tre entità sulla buona strada per cercare di mantenere gli 1,5 °C. Ora abbiamo più della metà del G20 e dei paesi di tutto il mondo che sono venuti al tavolo per aumentare le loro ambizioni”.

Per gli Stati Uniti, il piano di Biden include un’iniziativa dell’intero governo che accelererà i finanziamenti per la mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso “fondi di adattamento multilaterali e bilaterali” e lo sviluppo di “investimenti bancabili” per mobilitare capitali privati. L’obiettivo è mobilitare $ 100 miliardi all’anno per i finanziamenti per il clima, ha detto Biden ai leader mondiali.

Intervenendo questa mattina sulla questione delle foreste all’evento Action on Forests & Land-use, il Presidente Biden ha confermato l’impegno di conservare il potenziale per assorbire oltre un terzo del carbonio a livello globale e di affrontare questo problema con lo stesso obiettivo negli Stati Uniti. Abbiamo già superato, dice, la sfida di oltre 20 milioni di ettari di terreni forestali in recupero e faremo almeno il 30% di tutte le risorse entro il 2030, ivi compresa, in Alaska, la più grande foresta pluviale temperata del mondo. Oggi Biden ha annunciato un nuovo piano Global Forest che raccoglierà una gamma completa di strumenti diplomatici finanziari e politici per ripristinare i pozzi critici di carbonio e migliorare la gestione del territorio: “Con questo piano gli Stati Uniti aiuteranno il mondo a raggiungere questo obiettivo condiviso e ripristinare almeno altri 200 milioni di ettari di foresta e altri ecosistemi entro il 2030, distribuendo fino a nove miliardi di dollari… Lavoreremo per garantire che i mercati riconoscano il valore economico della tassa sul carbonio naturale e motivino i proprietari terrieri e gli organi di controllo e conservazione del clima, per la creazione di una catena di approvvigionamento sostenibile, il  perseguimento di materie prime più sostenibili … come parte della strategia net zero degli Stati Uniti. Così intendiamo guidare con l’esempio e sostenere altre nazioni e i paesi in via di sviluppo a studiare e immagazzinare le emissioni di carbonio…”.

La giornata ha portato, durante questo evento, ad alcune grandi novità sul salvataggio e il ripristino delle foreste, poiché 110 nazioni, che ospitano l’85% delle foreste mondiali, hanno firmato una dichiarazione per fermare e invertire la distruzione di foreste e territori. Si tratta di venti miliardi di dollari mobilitati per porre fine alla deforestazione entro il 2030.  Affrontare il cambiamento climatico non può essere fatto senza porre fine alla perdita di foreste che sono i polmoni del pianeta, secondo il primo ministro Boris Johnson che ha esortato i leader dicendo: “Mettiamo fine a questo grande massacro” .Allo stesso evento ha nuovamente preso la parola il Principe di Galles Carlo d’Inghilterra, che si dice abbia convinto nella notte il Presidente di Amazon, Jeff Bezos a raddoppiare il suo sforzo finanziario. Per questo è stato di grande importanza il suo intervento di oggi nello stesso evento, per capire il ruolo che si riservano le grandi multinazionali nella lotta al cambiamento climatico. Dice Bezos: “La natura fornisce tutto il cibo che mangiamo l’acqua che beviamo e l’ossigeno che respiriamo ci dà la vita, ma è anche fragile.  Mi hanno criticato a luglio per essere andato nello spazio…  Non ero preparato a vedere da là fuori l’atmosfera che sembra così sottile, il mondo così finito e così fragile.  Quello che tutti sappiamo è che inizia il decennio decisivo in cui dobbiamo stare tutti insieme per proteggere il nostro mondo, un motivo potente per investire nella natura. Ogni anno le foreste e i territori assorbono 11 MtCO2 dall’atmosfera contribuendo a rallentare il cambiamento climatico. Mentre distruggiamo la natura invertiamo questo processo, abbattiamo le foreste, distruggiamo le mangrovie, pavimentiamo le praterie e invece di sequestrare il carbonio lo emettiamo… Ecco perché con 9 organizzazione filantropiche abbiamo annunciato altri 5 miliardi di dollari per sostenere l’obiettivo del recupero ambientale del 30% di tutta la Terra e del mare entro il 2030. Con un miliardo ho istituito il fondo Bezos Earth e sono lieto di annunciare un impegno di due miliardi di dollari di Amazon per ripristinare la natura e trasformare i sistemi alimentari… Oggi 2/3 della terra in Africa è degradata ma  il ripristino può migliorare la fertilità del suolo, aumentare i raccolti, migliorare la sicurezza alimentare, rendere l’acqua più affidabile, creare posti di lavoro e stimolare la crescita economica… Tuttavia non possiamo fare affidamento solo sulle NGO per risolvere la crisi climatica. Anche il settore privato sta facendo la sua parte per ridurre le emissioni di carbonio di cui le aziende hanno bisogno per assumere posizioni di leadership. Perciò Amazon si pone l’obiettivo di raggiungere il net zero carbon entro il 2040…  Noi possiamo invertire il trend del degrado. Lavoreremo insieme in questa Conferenza e faremo il duro lavoro insieme? è un debito verso i nostri figli e nipoti. So che la risposta è sì e non vedo l’ora di lavorare con tutti voi in questo viaggio importante e gratificante. Grazie mille per aver alzato l’asticella”. Ha dichiarato anche che Amazon si impegna per 10 miliardi di US$ per accelerare l’adozione di fonti di energia rinnovabile in Africa.

Questa fase del summit dei leader si conclude con la pubblicazione della Glasgow Leaders’ Declaration on Forests and Land use la cui sostanza dice “We therefore commit to working collectively to halt and reverse forest loss and land degradation by 2030 while delivering sustainable development and promoting an inclusive rural transformation“.  Il Brasile di Bolsonaro, incredibilmente, ha firmato. Un’alleanza di governi e finanziatori privati ​​si è impegnata a fornire 1,7 miliardi di US$ per aiutare le popolazioni indigene a promuovere i loro diritti alla terra entro il 2025, in riconoscimento del loro ruolo fondamentale nella conservazione delle foreste. Dodici paesi donatori hanno promesso un totale di 12 miliardi di US$ in fondi pubblici, con un cofinanziamento privato per 7,2 miliardi. Regno Unito, Norvegia, Germania, Stati Uniti e Paesi Bassi, insieme a 17 organizzazioni private e filantropiche, hanno stanziato il citato fondo di 1,7 miliardi di US$ per le comunità indigene e locali per aiutarle a preservare le foreste, con la promessa di includerli nel processo decisionale e nella progettazione di programmi climatici e strumenti finanziari. In una dichiarazione, il gruppo si è impegnato a “Riconoscere e promuovere il ruolo dei popoli indigeni e delle comunità locali come custodi delle foreste e della natura” di fronte a “casi crescenti di minacce, molestie e violenza contro di loro”.

Le buone notizie sono continuate in giornata con la comunicazione che decine di paesi, non è del tutto chiaro quanti, ma sicuramente oltre 80 e molto vicino a 100, hanno firmato un impegno a ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030. è stato sottoscritto un documento preparato a settembre da EU ed USA: il Global Methane Pledge. Cina, India, Australia e Russia non hanno voluto dare il consenso. L’annuncio è arrivato da Ursula von der Leyen dell’UE e dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Nell’attesa dell’annuncio, l’inviato speciale per il clima John Kerry si è dato da fare per riempire il tempo con alcune osservazioni a braccio ai negoziatori riuniti, tra cui possibili buone notizie dal Giappone, che si impegna per 10 miliardi di US$ in cinque anni per il finanziamento climatico. Ciò significa che l’obiettivo di Copenhagen di 100 miliardi di dollari potrebbe essere raggiunto l’anno prossimo. Ci sono stati anche nuovi impegni finanziari da parte di paesi come Spagna e Svizzera. L’Italia si era impegnata al G20 di Roma. La Scozia ha promesso un milione di sterline per sostenere i paesi in via di sviluppo che subiscono perdite e danni dagli impatti climatici oltre ciò a cui possono adattarsi. Si tratta del primo impegno di questo genere.  Il presidente Buhari ha impegnato la Nigeria al net-zero entro il 2060, nonostante qualche dubbio sulle risorse. Il Kenya punta più in alto segnalando che la nuova strategia a lungo termine del Paese includerà l’obiettivo di raggiungere il net-zero entro il 2050, in attesa del supporto finanziario e tecnologico internazionale. Un gruppo di paesi che rappresentano il 32% della produzione mondiale di acciaio, tra cui Regno Unito, UE, Stati Uniti, Canada, Egitto, Israele, Marocco, Corea, Turchia, Giappone, Australia e India, hanno concordato di raggiungere emissioni prossime allo zero entro il 2030. L’accordo è il risultato di un intenso lavoro diplomatico da parte del Regno Unito ed è la prima volta che la decarbonizzazione del settore è stata discussa in modo approfondito in una COP. Sul carbone ci sono 8,5 miliardi US$ da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania per sostenere la transizione del Sudafrica verso l’energia pulita, compresa la creazione di buoni posti di lavoro alternativi nelle regioni minerarie. Panama ha affermato di aver formato una coalizione di paesi carbon negative con Bhutan e Suriname per facilitare il trasferimento globale di conoscenze e migliori pratiche per raggiungere e mantenere questo status. In un NDC aggiornato, l’Argentina si è impegnata a non superare l’emissione netta di 349 MtCO2eq nel 2030. Il suo NDC di dicembre 2020 riferiva un obiettivo di 359 MtCO2eq. Le sue attuali emissioni di gas serra sono di circa 365 MtCO2eq.

Ora i leader se ne vanno e comincia il negoziato. Boris Johnson conclude la due giorni dei leader con una conferenza stampa che è sembrata meno euforica, almeno un po’, del discorso di apertura. Per concludere questi due primi giorni della COP 26 possiamo dire che si sta cercando di sfruttare questo slancio nel negoziato che comincia. I negoziatori devono lavorare per mettere a frutto un rinnovato spirito di solidarietà. I paesi sviluppati dovrebbero presentare dettagli sui loro impegni finanziari aggiuntivi per rispettare l’impegno annuale di 100 miliardi di US$, compreso il colmare eventuali carenze, e concordare il processo per stabilire il prossimo obiettivo del sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo. I principali responsabili delle emissioni con piani per il clima per il 2030 insufficienti dovrebbero accettare di tornare al tavolo con piani per il clima più forti entro il 2023. Al di fuori dei negoziati, paesi, imprese, investitori e altri attori dovrebbero sostenere le loro promesse con azioni, risorse finanziarie e senso di responsabilità.

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