Cop 26 day by day – Lettere da Glasgow | Day 4

Tra paradossi e boutade, Cop26 cerca una strada verso la concretezza

di Antonio Cianciullo

Dopo i fuochi d’artificio delle dichiarazioni dei big alla Cop di Glasgow, la polvere degli effetti speciali si posa e si cominciano a intravedere i contorni della realtà. La performance di Boris Johnson è stata brillante sul piano oratorio (è la sua principale qualità), ma è bastato che tornasse a casa per scivolare sulla banale quotidianità. Banale per lui, perché scomodare un jet privato per il tragitto Glasgow – Londra (l’equivalente di Roma – Milano) per molti non è proprio quotidianità. In ogni caso non particolarmente coerente con il proposito di “disinnescare la crisi climatica, una bomba che provocherebbe la fine del mondo”. Dopo aver invocato il terrore per il Giudizio Finale che attende i peccatori climatici, il primo ministro inglese ha fatto il pieno di emissioni per evitare di perdere il giudizio sulla cena che lo aspettava con gli amici del Daily Telegraph, il suo vecchio giornale. Un peccato di gola che i media britannici non hanno mancato di sottolineare.

Anche perché nulla sfugge: questa Conferenza delle parti è particolarmente partecipata. L’attenzione alla Cop26 è cresciuta con citazioni online più che raddoppiate rispetto al totale relativo alla precedente Cop25. Certo, negli ultimi 30 giorni la serie Squid Game ha ricevuto sul web, a livello globale, oltre dieci volte le menzioni relative al summit di Glasgow (la ricerca è il risultato di un’analisi di quattro anni di dati di tendenza attraverso i social media, le notizie e le piattaforme di blogging, tra cui Twitter, YouTube, Instagram, Reddit, Tumblr e Google). Ma del resto gli ambientalisti hanno manifestato davanti al centro della conferenza in Scozia travestiti da personaggi di Squid Game. Quando l’immaginario coglie e anticipa i fatti è imbattibile: chapeau!

Purtroppo, tornando alla realtà prosaica dell’inquinamento, ci imbattiamo in una caduta di logica. Squid game sarà un filo angosciante, ma ha una consecutio chiara. Più tortuoso è l’andamento della kermesse sul clima che appare come una serie televisiva mal scritta, in cui i protagonisti si dimenticano quello che era stato detto nelle puntate precedenti.

Ieri, ad esempio, in un universo parallelo a quello della Cop, è rispuntato il nucleare come possibile opzione europea. Questa divagazione parte da un’intervista in cui il commissario europeo al Green Deal Frans Timmermans elenca una serie di problemi legati all’uso civile dell’energia atomica aggiungendo che saranno poi i singoli governi a decidere. Osservazione sull’equilibrio dei poteri impeccabile sul piano del diritto. Dobbiamo trarne un senso politico? Forse sarebbe legittimo chiedersi (prima) se ha un senso economico. Veramente l’Europa intende puntare su una fonte energetica che – a parte rischi su cui è inutile spendere parole vista la loro evidenza –  è fuori mercato dal punto di vista economico e dal punto di vista temporale?

Come ha osservato Legambiente, dal punto di vista economico oggi il chilowattora di energia elettrica prodotto dal nucleare costa più del doppio dell’energia prodotta dal fotovoltaico o dall’eolico. Secondo il World Nuclear Industry Status Report, nel 2020 produrre 1 kilowattora di elettricità con il fotovoltaico è costato in media nel mondo 3,7 dollari, con l’eolico 4,0 dollari, con il nucleare 16,3 dollari. Dal punto di vista temporale poi le tecnologie nucleari di quarta generazione sono impalpabili perché non esistono: la loro ipotetica realizzazione avverrebbe in uno scenario lontano, in cui i 2 gradi di aumento della temperatura sono già belli che andati e con buona probabilità ci sarebbe una tale carenza d’acqua da mettere a rischio il funzionamento delle centrali nucleari.

Provando a tornare a una politica che si esercita sulla realtà, troviamo alla Cop26 una giornata dedicata all’energia in cui, sia pure con mille cautele, si fa strada la disintossicazione dai combustibili fossili. La buona notizia è l’accordo di oltre 40 Paesi per ridurre l’uso del carbone nella produzione di elettricità. La cattiva notizia è che all’appello mancano Cina, India, Stati Uniti e Australia.

Insomma chi ha il carbone se lo vuole tenere. Resta da vedere fino a quando gli altri saranno interessati a comprare. Il documento approvato oggi contiene una dichiarazione sulla transizione dal carbone alle energie pulite promossa dal Regno Unito che impegna i Paesi – ma anche oltre 100 istituzioni finanziarie ed altre organizzazioni internazionali – a mettere fine a tutti gli investimenti che contemplano l’apertura di nuovi impianti a carbone per la produzione di energia e prevede l’uscita graduale dal carbone entro il decennio del 2030 per le principali economie ed entro il decennio del 2040 per il resto del mondo.

Nella quarta giornata della Cop26 la politica annuncia che 25 fra Paesi e istituzioni finanziarie si sono impegnati a porre fine ai sussidi alle fonti fossili alla fine del 2022 (anche se con qualche deroga). Tra loro c’è pure l’Italia. Altri 23 Paesi hanno promesso di smettere di produrre energia col carbone. Per la Ue con gli impegni presi a Glasgow si potrebbe mantenere il riscaldamento a 1,8-1,9 C, cioè dentro i limiti dell’accordo di Parigi. Ma nella stessa giornata, i centri di ricerca fanno sapere che le emissioni globali di gas serra nel 2021 aumenteranno del 4,9%. Tra il dire e il fare…

Insomma, comunque si concluda la Cop26 si tratterà di rimboccarsi le maniche una volta tornati a casa. Già, ma cosa ci attende nei prossimi mesi in Italia? “L’Italia è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza dall’importazione di fonti fossili dall’estero, quasi l’80% del fabbisogno di energia primaria: invertire questo dato, come abbiamo visto anche recentemente dalle dinamiche dei prezzi dell’energia, non solo è possibile ma rappresenta anche una importante opportunità di crescita economica e occupazionale”, ha dichiarato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “Ma da sole le rinnovabili non bastano e bisogna agire anche sul lato domanda di energia, aspetto spesso sottovalutato. Secondo lo scenario di Italy for Climate, per tagliare le emissioni del 55% al 2030 e allinearsi ai nuovi impegni europei e all’obiettivo della neutralità carbonica sarà necessario nel decennio in corso tagliare i consumi di circa il 15%, un passo molto impegnativo che coinvolge tutti i settori, dall’edilizia ai trasporti fino ai comparti industriali”.

Resoconto Tecnico

Il giorno dell’energia, la chiave della transizione. È solo il carbone il problema?

di Toni Federico

I primi due giorni della COP 26 sono stati pensati per rilanciare le ambizioni mondiali sul clima. La giornata di oggi è dedicata all’energia, che di quelle ambizioni è la protagonista indiscussa.

Tirando le prime somme delle dichiarazioni dei leader il mondo potrebbe essere sulla buona strada per limitare il riscaldamento al di sotto dei due gradi, obiettivo principale dell’accordo di Parigi sul clima. L’analisi, condotta da Malte Meinshausen, uno degli scienziati dell’IPCC, e pubblicata ieri da  Climate Resource, suggerisce che il mondo potrebbe raggiungere il picco delle temperature medie globali di 1,9 °C rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo, a condizione che tutte le misure nazionali di riduzione del carbonio e tutte le strategie net zero dichiarate vengano rispettate. 

È la prima volta che le proiezioni climatiche prevedono un riscaldamento al di sotto dei due gradi. “Per la prima volta nella storia, l’effetto aggregato degli impegni combinati di 194 paesi potrebbe portare il mondo a un riscaldamento inferiore a 2 °C con una probabilità superiore al 50%”, si legge in una nota informativa. I nuovi obiettivi climatici annunciati dall’India, incluso l’obiettivo finale di raggiungere zero emissioni nette entro il 2070, sono uno dei fattori chiave delle nuove proiezioni. Anche l’impegno della Cina a raggiungere le emissioni nette zero entro il 2060 – formalizzato nell’ambito del processo dell’Accordo di Parigi la scorsa settimana – ha contribuito a cambiare lo scenario della temperatura.

Proprio la scorsa settimana l’analisi delle Nazioni Unite aveva previsto un aumento della temperatura di 2,2 ° C se tutte le nazioni avessero mantenuto la rotta per raggiungere i loro obiettivi di zero netto. Il rapporto presentato oggi dal responsabile delle Nazioni Unite per il clima Patricia Espinosa, che espone i risultati più significativi dell’anno passato, sostiene che stabilizzarsi a 1,5°C di riscaldamento è ancora tecnicamente possibile, ma richiede un’azione globale immediata e drastica che potrebbe non essere fattibile. La finestra degli 1,5°C è ancora aperta, non ci sono segnali che suggeriscano che non potremmo restare entro gli 1,5 °C, dice Johan Rockström, uno degli autori del Rapporto. Un messaggio simile è stato presentato da Fatih Birol, amministratore delegato dell’IEA, che ha di recente pubblicato una Roadmap per gli 1,5 °C: “La nostra nuova analisi  mostra che il pieno raggiungimento di tutti gli impegni zero netti fino ad oggi e l’impegno globale sul metano da parte di coloro che lo hanno firmato limiterebbero il riscaldamento globale a 1,8 °C”. L’analisi dell’Agenzia di Parigi non è stata ancora resa pubblica.

Energy Day significa per noi una cosa: una transizione completa verso le rinnovabili, ma anche pensare all’efficienza energetica, ridurre il consumo eccessivo, programmare una transizione socialmente giusta e garantire l’accesso all’energia per tutti. L’energia rinnovabile è distribuita in modo molto più equo rispetto ai combustibili fossili. Possiamo usare il sole per riscaldare gli edifici, per riscaldare la nostra acqua e per produrre elettricità. Alternative come il nucleare non sono sostenibili e sono ormai bocciate dalla storia. Le molte cose da dire sul nucleare  e l suo recupero paradossale con strizzatine d’occhio da molte parti, non esclusa casa nostra, si legga il commento alla giornata di oggi di Antonio Cianciullo da Glasgow. L’eolico e il solare, tendenzialmente più economici dei combustibili fossili, possono fornire già ingenti quantità di energia e hanno il potenziale per fornirne molto di più.

Nessun discorso sulle tecnologie emergenti, e ce ne sono stati molti al G20 di Roma e all’esordio di questa COP 26, come si è visto proprio ad opera del Presidente americano Joe Biden, dovrebbe oscurare una realtà fondamentale: il solare e l’eolico sono già pienamente accessibili. Sono le due opzioni definitivamente meno costose per la generazione di elettricità, come richiamato ripetutamente dall’IRENA di Francesco La Camera e,  la scorsa settimana, nel rapporto annuale pubblicato  dalla banca d’affari Lazard.

L’energia solare ha un costo medio globale di 36 dollari per megawattora quest’anno, in calo rispetto ai 37 dollari dell’anno precedente e ai 359 dollari della prima edizione del rapporto nel 2009. IL costo medio globale dell’energia eolica è di 38 dollari per megawattora, in calo rispetto ai 40 dollari dell’anno precedente e ai 135 dollari del 2009. Nel frattempo, l’energia del gas naturale è di 60 dollari per megawattora, in aumento rispetto ai 59 dollari dell’anno precedente ma in calo rispetto agli 83 dollari del 2009. Altri, come il carbone e il nucleare, sono molto più costosi (Cianciullo, cit.). I numeri delle serie storiche mostrati nella figura rappresentano i costi livellati dell’energia, un calcolo che tiene conto dei costi di costruzione sommati ai costi di esercizio degli impianti.

Ma oggi a Glasgow si è tentato di fare i conti con il carbone, il vero kingmaker del disastro climatico. All’interno dello Scottish Event Campus, l’incontro principale della giornata è iniziato con l’adesione della Conferenza alle parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres: “Consegnare il carbone alla storia”. Il presidente della conferenza Alok Sharma ha annunciato la nuova Dichiarazione di transizione per l’energia pulita globale, un impegno a porre fine agli investimenti nel carbone, aumentare l’energia pulita, effettuare una transizione giusta e eliminare gradualmente il carbone. L’impegno ha 77 firmatari, tra cui 46 paesi come Polonia, Vietnam e Cile, 23 dei quali si impegnano per la prima volta a porre fine al carbone. Questi  23 paesi hanno promesso di fermare i nuovi impianti per l’energia a carbone e di eliminare gradualmente quelli esistenti. La lista comprende cinque dei primi 20 paesi consumatori di carbone: Corea del Sud, Indonesia, Vietnam, Polonia e Ucraina ma non Stati Uniti, Cina, India, Russia e Australia. Il piano prevede di eliminare gradualmente il carbone entro il 2030 per i paesi sviluppati, mentre quelli a basso reddito potranno arrivare fino al 2040. La Polonia si è voluta classificare come un paese a basso reddito, nonostante sia una delle 25 maggiori economie del mondo. L’accordo promette anche una “giusta transizione dall’energia a carbone in modo da avvantaggiare i lavoratori e le comunità” e un rapido aumento della diffusione di energia pulita come l’energia eolica e solare.

Uno dei motivi per cui è così difficile fermare le emissioni di gas serra è che le emissioni provenienti da un paese sono spesso sostenute, finanziariamente o meno, da altri paesi. Quindi è anche una buona notizia che 20 governi abbiano promesso di smettere di finanziare progetti di petrolio, carbone e gas oltre i loro confini. L’elenco include Canada, Regno Unito e Stati Uniti. Il provvedimento entrerà in vigore entro la fine del 2022. La Banca asiatica di sviluppo ha lanciato mercoledì un piano per accelerare la chiusura delle centrali elettriche a carbone in Indonesia e nelle Filippine. La Cina ha segnalato mercoledì di puntare a una riduzione dell’1,8% del consumo medio di carbone per la produzione di elettricità nelle centrali elettriche nei prossimi cinque anni, nel tentativo di ridurre le emissioni di gas serra. Ieri abbiamo segnalato che i governi di Sudafrica, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, insieme all’Unione Europea, hanno annunciato una nuova Just Energy Transition Partnership, ambiziosa e a lungo termine, per sostenere gli sforzi di decarbonizzazione del Sudafrica.

Dalle NGO presenti a Glasgow arriva un giudizio che definisce insufficienti questi impegni rispetto a ciò che richiede il momento. Un accordo che riguarda solo il carbone non risolve nemmeno la metà del problema. Le emissioni di petrolio e gas già superano di gran lunga il carbone e sono in forte espansione, mentre il carbone sta già entrando in un declino terminale. La scienza, dicono,  è assolutamente chiara sul fatto che i combustibili fossili devono essere eliminati completamente se vogliamo evitare i peggiori impatti dell’emergenza climatica. Questi accordi sul carbone sono un piccolo passo in avanti quando ciò di cui abbiamo bisogno è un balzo da giganti.

Al di sotto degli annunci, procede intanto il negoziato sui suoi obiettivi schedulati. Le trattative sono proseguite oggi a ritmo sostenuto, con la scadenza di sabato per la chiusura dei lavori degli organi sussidiari che si profila ormai vicina. Come è comune in questa fase dei negoziati, molti punti sembrano scontrarsi con le scadenze poiché sfugge ancora il consenso su molte bozze di testo. I momenti salienti della giornata includevano negoziati in materia di finanza, trasparenza e articolo 6 (approcci cooperativi), oltre alla serie di eventi per la giornata dell’energia e ad un evento speciale sul recente rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici.

Negoziati. È stato dedicato molto tempo a tre delle questioni principali: finanza, trasparenza e articolo 6. I negoziatori si sono incontrati anche per lavorare su altre questioni chiave, tra cui adattamento, perdite e danni, tecnologia, scienza e revisione. Le discussioni finanziarie hanno continuato a dominare l’agenda per tutta la giornata. C’è stata una lunga discussione  sulla quarta valutazione biennale e panoramica dei flussi finanziari per il clima. Alcuni hanno evidenziato l’aumento complessivo dei flussi di finanziamento per il clima, mentre altri hanno notato che solo lo 0,34% dei finanziamenti per il clima passa effettivamente attraverso i fondi per il clima delle Nazioni Unite e non raggiunge necessariamente i soggetti più vulnerabili ai cambiamenti climatici. I paesi hanno anche discusso delle linee guida su come i fondi per il clima delle Nazioni Unite – il Global Environment Facility e il Green Climate Fund – dovrebbero allocare i soldi. Le discussioni sulla trasparenza sono andate avanti per sette ore. Queste discussioni ruotano attorno al modo in cui i paesi riferiranno sulle loro azioni, sulle loro ambizioni e sul sostegno ai sensi dell’accordo di Parigi, dalle loro riduzioni delle emissioni e dalle misure di costruzione della resilienza relative agli NDC, al sostegno finanziario e di altro tipo fornito, o ricevuto, per intraprendere azioni per il clima. Sebbene molti abbiano notato progressi, vi sono ancora questioni in sospeso, a partire dalla natura giuridica delle tabelle  e dalla modalità di segnalazione delle perdite e danni. Diversi negoziatori dell’articolo 6 sono rimasti ottimisti sul fatto che questo problema potrebbe essere risolto a Glasgow. Si sono concentrati sul meccanismo di mercato di cui all’articolo 6.4, che regolerà l’acquisto e la vendita dei crediti di carbonio. Le discussioni hanno compreso come includere e salvaguardare i diritti delle popolazioni indigene e come garantire che gli strumenti di mercato (lo scambio dei permessi di emissione) possano portare a una riduzione complessiva delle emissioni globali. I delegati hanno inoltre discusso le modalità di governance e le possibili attività di un programma di lavoro per approcci non di mercato ai sensi dell’articolo 6.

L’energy day è stata una giornata intensa entro e intorno al campus. Il tema della giornata era l’energia e una serie di eventi mirava a mostrare la volontà di porre fine all’uso costante del carbone. La Powering Past Coal Alliance ha organizzato un evento con un’ampia gamma di parti interessate che hanno parlato della fine degli investimenti e della pianificazione della produzione di carbone.  Con un evento speciale, l’IPCC ha dimostrato gli effetti della produzione e dell’uso di combustibili fossili e di altri fattori trainanti del cambiamento climatico. I ricercatori dell’IPCC hanno presentato i risultati chiave del contributo del Gruppo di lavoro I al sesto rapporto di valutazione, che si concentra sulle basi scientifiche fisiche del cambiamento climatico. Il presidente dell’IPCC, Hoesung Lee, ha definito il rapporto come un campanello d’allarme.

Il rapporto spiega i cambiamenti senza precedenti nel nostro clima dovuti alle attività umane che colpiscono ogni regione. Come ha spiegato Lee, tutti ne sono colpiti, in più modi e con conseguenze inique, ma, con l’azione, alcuni degli effetti potrebbero essere rallentati e fermati. I cambiamenti climatici e le transizioni energetiche richiedono di mettere al centro le persone. La presidenza ha poi incontrato i membri della Piattaforma delle comunità locali e dei popoli indigeni. Un precedente evento di oggi aveva considerato come accelerare una transizione energetica giusta e inclusiva. In margine all’Energy day di oggi, mette conto di ricordare che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in settembre e in preparazione della COP 26, aveva convenuto un High level dialogue on Energy, il primo incontro ad alto livello per affrontare le questioni energetiche nell’ambito dell’Assemblea generale in 40 anni. L’incontro ha dimostrato un ampio interesse nell’accelerare l’ambizione verso il raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 7 (SDG 7) sull’energia pulita e accessibile e le emissioni nette a zero entro il 2050, obiettivo dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Quarantatré capi di Stato e di governo e oltre 100 altri leader di alto livello di governi, entità delle Nazioni Unite, altre organizzazioni intergovernative, settore privato e società civile hanno partecipato al Dialogo HLDE, annunciando oltre 137 impegni chiamati Energy Compacts. L’HLDE è stato organizzato attorno a quattro dialoghi  tematici di leadership:

  • accelerare l’azione per raggiungere l’accesso universale all’energia e l’azzeramento delle emissioni nette;
  • garantire transizioni giuste e inclusive per non lasciare indietro nessuno;
  • catalizzare finanza e investimenti;
  • potenziare l’azione attraverso i patti energetici.

Il principale risultato del Dialogo è la prima tabella di marcia globale per un’attuazione accelerata dell’SDG 7, che presenta una strategia chiara per il raggiungimento dell’accesso universale all’energia e della transizione energetica entro il 2030, inclusa una serie di milestone concreti e pratici. A sostegno di questi obiettivi, i governi e il settore privato hanno impegnato nei citati Energy Compact più di 400 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti e investimenti. Gli impegni presi mirano a fornire a centinaia di milioni di persone l’accesso all’energia pulita e ad accelerare la transizione energetica, creando al contempo green jobs per non lasciare indietro nessuno.

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