Cop 26 day by day – Lettere da Glasgow | Day 9

Bozza di accordo alla Cop26: per la prima volta si parla di combustibili fossili

di Antonio Cianciullo

“Weak coffee and bad food” conditi con molto lavoro aveva detto lunedì Obama, un mago dell’empatia, solidarizzando con i delegati della Cop26 per le due settimane di maratona sul clima. E loro avevano ricambiato con una standing ovation prima di tornare a rinchiudersi in riunioni fiume. Ora dopo 48 ore della cura riassunta dall’ex presidente, e somministrata ad alcuni senza interruzioni di sonno, è arrivata la prima bozza del documento che dovrebbe concludere la ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima.

Sono sette pagine in stile Onu. Chi ama il pathos e le emozioni è meglio che rinunci alla lettura di questo testo. Dopo quello che è uscito dai documenti delle più prestigiose agenzie internazionali nei giorni scorsi – un mondo che senza impegni aggiuntivi viaggia verso un aumento di temperatura che sfiora i 3 gradi, con un miliardo di persone a rischio per le ondate di calore – dal punto di vista emotivo è acqua fresca. Tutto è detto molto cautamente e questo tutto in realtà è poco.

Però questo poco potrebbe pesare molto. Perché una cosa sono gli articoli di giornale, o le conclusioni di un’assemblea di partito, una cosa sono i documenti Onu. Che hanno uno svantaggio: devono essere firmati da più di 190 Paesi, cioè dagli inquinati e dagli inquinatori. Ma anche un vantaggio: rappresentano dichiarazioni di valore universale da cui è difficile smarcarsi tornando indietro. Le dichiarazioni Onu sono mattoni che costruiscono la casa in cui tutti abitano.

E il mattone della Cop26 comincia a prendere forma. Il documento parte da una rapida sintesi delle premesse scientifiche esprimendo “allarme e preoccupazione per il fatto che le attività umane hanno causato circa 1,1 gradi di riscaldamento globale fino ad oggi e che gli impatti si stanno già facendo sentire in ogni regione”. E “riconosce che limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi entro il 2100 richiede una rapida, profonda e prolungata riduzione delle emissioni globali di gas serra, compresa una riduzione globale delle emissioni di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e dello zero netto intorno alla metà del secolo”.

Qui, con l’espressione “intorno alla metà del secolo”, il testo si attualizza, registra le novità politiche maturate nelle ultime due settimane. Cina, Russia e Arabia Saudita si sono posizionate sulla decarbonizzazione al 2060, l’India l’ha fatta slittare ancora, al 2070. Dunque la data del 2050 come orizzonte per un mondo a emissioni nette zero non può essere un elemento unificante. Il fatto però che anche i Paesi più ostili all’accelerazione degli impegni climatici non abbiano potuto fare a meno di indicare una data non troppo lontana dal 2050 indica che la pressione internazionale è salita. Dieci anni alcuni Paesi rifiutavano anche l’idea di indicare uno scenario temporale per la fine della crescita incontrollata delle emissioni serra. Una data, anche se inadeguata, può essere considerata dunque un passo avanti, anche se è un orizzonte troppo lontano per poter venire misurato oggi in termini politici: più importanti appaiono gli obiettivi al 2030.

A questo punto del quarto capitolo, quello dedicato alla mitigazione, arriva la frase centrale del documento, la vera novità: “Calls upon Parties to accelerate the phasing out of coal and subsidies for fossil fuels”. Le Parti che hanno aderito al processo (cioè tutti i Paesi) sono invitate “ad accelerare l’eliminazione graduale del carbone e dei sussidi per i combustibili fossili”.

Nemmeno nell’accordo di Parigi erano stati nominati i combustibili fossili per l’opposizione dei Paesi che detengono i maggiori giacimenti. Cominciare a dare un nome alle cose è un passo elementare ma necessario. E questa bozza di documento lo fa. Da un punto di vista politico è la parte centrale della bozza.

Un’altra parte importante è quella che riguarda i finanziamenti. Vale la pena riportarla per esteso. La conferenza “rileva con grave preoccupazione che l’attuale disposizione di finanziamenti è insufficiente per rispondere al peggioramento dell’impatto del cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo; esorta le parti dei Paesi sviluppati ad aumentare urgentemente le risorse finanziarie per l’adattamento, in modo da rispondere ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo. Invita il settore privato, le banche multilaterali di sviluppo e altri finanziatori istituzioni a migliorare la mobilitazione finanziaria al fine di fornire le risorse necessarie per realizzare piani climatici, in particolare per l’adattamento”.

Un invito quindi a colmare il gap tra le promesse di finanziamenti e i fatti (in un altro passaggio si citano i 100 miliardi di dollari l’anno che erano stati promessi già nel 2009). E un appello alla sinergia tra interventi pubblici e privati che è stato il filo conduttore che ha unito gli incontri sul clima più recenti, in modo particolare il G20 di Roma e la Cop26 di Glasgow.

Il testo ha ricevuto commenti prevalentemente critici. Per Greenpeace la bozza è “nient’altro che una timida richiesta ai governi di fare di più. Servono un piano sui fondi per l’adattamento alla crisi climatica, con cifre nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari, e un impegno concreto dei Paesi più ricchi per sostenere le nazioni più povere”. Ma per il Wwf “ci sono elementi che potrebbero portare a risultasti positivi. Ad esempio l’accenno ai combustibili e all’eliminazione del carbone, sia pure senza data. Certo da soli non bastano: manca un piano di lavoro per portare a casa una decisa e rapida riduzione delle emissioni”.

Oggi dovrebbe arrivare una seconda bozza.

Resoconto tecnico

I trasporti? Ma chi ci pensa? Tutti gli occhi sono puntati sulle bozze del documento finale che la Presidenza sta elaborando. In serata, a sorpresa, arriva la notizia che Stati Uniti e Cina collaboreranno per la decarbonizzazione a breve termine.

di Toni Federico

Usando il treno questa volta, anziché l’aereo con cui era tornato a Londra, Boris Johnson è tornato oggi al vertice sul clima COP 26 a Glasgow per il Transport Day, dove dovrebbero essere fatti una serie di annunci sui trasporti a basse emissioni di carbonio. Arriva quando diversi obiettivi per i trasporti sono già stati elaborati, incluso il fatto che i nuovi veicoli pesanti venduti nel Regno Unito dovranno essere a emissioni zero entro il 2040. Dato che lo stesso limite esisteva già per i veicoli leggeri, possiamo dire che in UK tutti i veicoli saranno decarbonizzati entro il 2040. Trenta paesi hanno anche concordato di lavorare insieme per rendere i veicoli a emissioni zero la nuova normalità. Per i trasporti marittimi saranno presentati piani per corridoi di spedizione green, facilitando il passaggio a navi a emissioni zero. 14 stati, che insieme costituiscono oltre il 40% delle emissioni globali dell’aviazione, hanno sottoscritto un impegno per un nuovo obiettivo di decarbonizzazione. Nel corso della giornata un gruppo di paesi e aziende ha firmato un impegno a “lavorare verso“, curiosa dicitura, le automobili a emissioni zero entro il 2040 ed entro il 2035 nei mercati automobilistici maggiori, come aveva preannunciato nei giorni scorsi il Financial Times. L’elenco dei paesi include Canada, Israele e Regno Unito, ma non include diverse nazioni con enormi industrie automobilistiche, tra cui Stati Uniti, Cina, Giappone e Germania. Ci sono anche lunghi elenchi di città, proprietari di flotte e investitori che hanno aderito. Le case automobilistiche coinvolte includono Mercedes-Benz, Ford e General Motors ma VW, BMW e Toyota non vogliono essere coinvolte. Al contrario, alcuni governi avevano da tempo approvato vari tipi di divieti per il commercio dei veicoli a combustione: il governo britannico sta dettando il passo con il divieto del motore a combustione interna dal 2030. La Norvegia è ancora più severa, perché i veicoli con quel tipo di motorizzazione non potranno più essere venduti dal 2025. La Commissione UE ha proposto il 2035, ma molti paesi vogliono posticipare la data.

Il Transport Day della COP 26, deve essenzialmente dire parole chiare sui veicoli elettrici e sulla dinamica della transizione ai veicoli a emissioni zero per raggiungere gli obiettivi climatici. È anche chiaro che è necessario un impegno per garantire che tutte le vendite di auto nuove siano limitate ai veicoli a emissioni zero e che i paesi dovrebbero mettere in atto politiche per garantire che le aziende proprietarie di flotte si impegnino a dotarsi di flotte a emissioni completamente zero. Queste esigenze sono tutte illustrate nella presentazione ufficiale del Transport Day e, nonostante siano misure innegabilmente necessarie, ciò che manca è l’incoraggiamento per un trasporto veramente green. La transizione elettrica nella mobilità è indispensabile, ma ha i suoi tempi. Al contrario, camminare, treno, bicicletta e altri mezzi simili, le mobilità dolci  e lo sharing delle risorse, sono gli unici modi in grado di ridurre drasticamente le emissioni entro il 2030. I trasporti rappresentano circa il 25% delle emissioni totali di gas serra e, inoltre, sono la principale causa di mortalità nelle città e sulle strade e autostrade. L’inquinamento atmosferico, strettamente legato ai trasporti, provoca ogni anno milioni di morti premature e malattie, come le malattie coronariche o respiratorie ed è il più importante fattore di rischio ambientale per la salute umana. Ciò significa un conto pesante di miliardi di dollari l’anno per la salute individuale e per i sistemi sanitari pubblici. Sfortunatamente, inquinamento atmosferico e cambiamento climatico non sono mai, ipocritamente, indicati come responsabili sui certificati di morte. La cosiddetta tecnologia verde è vista da molti come una panacea alla crisi climatica, inclusa la Presidenza britannica nel caso dei trasporti, ed è al centro di molte politiche pubbliche attuali. Nel caso del trasporto di persone su strada, che in molti paesi avviene principalmente in auto, la grande scommessa è sulle auto elettriche, in linea di principio molto più pulite di quelle convenzionali. Ma una sostituzione uno ad uno dei veicoli con l’auto elettrica non è una soluzione sostenibile. Per rispettare gli obiettivi climatici, è essenziale ridurre le auto in circolazione (reduce) e non solo sostituirle con equivalenti elettrici (improve). Occorre inoltre promuovere il trasporto pubblico (shift), la mobilità condivisa (share), la bicicletta e il buon vecchio camminare. Il trasporto pubblico deve raddoppiare nelle città nel prossimo decennio per raggiungere l’obiettivo di 1,5 °C, secondo l’analisi delle città C40 pubblicata mercoledì. Daniel Firth di C40 Cities ha dichiarato: “Se domani interrompessimo la vendita di veicoli a combustibili fossili, ci vorrebbero 15-20 anni per avere il 100% dei veicoli a emissioni zero. Quindi ci vorrebbe troppo tempo se quella fosse la nostra unica strategia. Considerate invece che possiamo iniziare a costruire piste ciclabili e corsie per autobus domani”.

è importante tener conto che né l’accordo di Parigi, né l’Agenda 2030 dell’ONU del 2015, impegnano i paesi a includere le emissioni del trasporto aereo o marittimo internazionale nei loro contributi nazionali NDC o nei loro progetti di sostenibilità. L’accordo non fa nemmeno menzione diretta delle automobili, lasciando che le loro emissioni siano affrontate dai paesi nei loro piani d’azione individuali. Più di recente, tuttavia, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha chiesto di eliminare gradualmente la vendita di motori a combustione interna a livello globale entro il 2040 e ancor prima nei principali paesi produttori. Alcune aziende e governi si stanno già muovendo in quella direzione. Il Canada, ad esempio, ha fissato un obiettivo obbligatorio per tutte le nuove auto leggere e autocarri passeggeri a emissioni zero entro il 2035.

Strada, acqua ed aria sono i settori trasportistici in ordine di difficoltà crescente per la decarbonizzazione. La Dichiarazione sui trasporti ha coronato la giornata per i veicoli stradali.

Per il trasporto marittimo diciotto paesi hanno lanciato la Dichiarazione di Clydebank che mira a stabilire almeno sei corridoi di spedizione green entro il 2025, tra le altre azioni. Ciò richiederà lo sviluppo di forniture di combustibili a emissioni zero, quadri normativi e infrastrutture necessarie per la decarbonizzazione.

L’industria del trasporto aereo globale ha delineato come raggiungere il suo obiettivo climatico a lungo termine durante gli eventi di oggi mediante aerei di nuova tecnologia e carburanti per jet ricavati dai rifiuti. L’impegno è azzerare le emissioni di carbonio entro il 2050, a sostegno dell’accordo di Parigi. L’aviazione è uno dei pochi settori ad aver assunto un simile impegno globale. L’analisi dettagliata nel rapporto Waypoint 2050 delinea i percorsi per il settore del trasporto aereo per raggiungere lo zero netto. L’industria afferma che un mix di nuove tecnologie, il potenziale passaggio all’elettricità e all’idrogeno per alcuni servizi più brevi; i miglioramenti nelle operazioni e nelle infrastrutture e una transizione verso il carburante per l’aviazione sostenibile entro la metà del secolo, fornirebbe la maggior parte delle riduzioni di carbonio. In uno degli eventi di oggi si è detto: “Abbiamo identificato gli elementi costitutivi necessari e le la portata della sfida è sostanziale, ma con una politica di sostegno dei governi e il sostegno del settore energetico, si può fare la decarbonizzazione al 2050.  Esortiamo inoltre gli Stati membri dell’ICAO a sostenere l’adozione di un obiettivo climatico a lungo termine alla 41° Assemblea ICAO nel 2022, in linea con impegni del settore”.

La bozza del documento finale. Continua ad essere qui il centro dell’attenzione, anche se i negoziati sui punti critici, che abbiamo ripetutamente illustrato, continuano tra mille difficoltà. “La mia grande, grande richiesta a tutti voi è di venire armati della valuta del compromesso”, ha perorato il presidente della COP 26 Alok Sharma. “Ciò che concorderemo a Glasgow deciderà il futuro dei nostri figli e nipoti”. Sharma ha anche detto che intende concludere i colloqui venerdì. “Chiedo a tutti noi collettivamente di rimboccarci le maniche e metterci al lavoro”, ha aggiunto. Con la prima bozza, presentata questa notte alle 6:00,  la presidenza spera di affrontare le discrepanze negli impegni tra i paesi e chiarire come le dichiarazioni e gli annunci  soddisferanno i requisiti dell’accordo di Parigi del 2015, che si propone di limitare l’aumento della temperatura globale. Il primo ministro britannico Boris Johnson è da oggi tornato a Glasgow e, insieme al presidente Sharma, ha esortare le nazioni partecipanti a dare una spinta finale verso azioni concrete, senza paura di fare compromessi laddove altro non sia possibile. “Abbiamo fatto dei buoni progressi nell’ultima settimana e le parti sono arrivate al tavolo con un atteggiamento propositivo. E abbiamo concordato risultati sostanziali su una serie di questioni, dal genere all’agricoltura. Ma abbiamo ancora molto da fare”, ha detto Alok Sharma ai delegati. “Francamente, su alcune questioni vitali, c’è ancora troppa distanza tra di noi. E quindi nei prossimi giorni avremo assolutamente bisogno di vedere un cambio di marcia. Sono sicuro che condividiamo tutti il ​​desiderio di finire venerdì, avendo concordato un risultato ambizioso”, ha aggiunto.

La bozza, secondo New Scientist, va letta nei punti chiave: in primo luogo, il testo invita le Parti ad accelerare l’eliminazione graduale del carbone e dei sussidi per i combustibili fossili. Arriva così finalmente un riferimento esplicito ai combustibili fossili. è la prima volta, dicevamo ieri, che i combustibili fossili sono menzionati in una bozza di testo decisionale sul clima delle Nazioni Unite. Secondo il WRI non ci sarebbe mai stato un testo del genere prima nelle COP, un riferimento specifico all’eliminazione graduale dei sussidi ai combustibili fossili né all’eliminazione graduale del carbone. Se questa linea entrerà nel documento finale, per la prima volta tutti i governi del mondo avranno ammesso che il problema sono i combustibili fossili. Può sembrare assurdo per il comune sentire, ma questo riconoscimento non è mai stato condiviso, in quarant’anni, da tutti i Paesi membri della Convenzione.

Probabilmente la parte più significativa del testo riguarda gli impegni sulle emissioni, riportati nella figura. Molti paesi si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas serra di tanti punti percentuali entro una data futura. Il testo della bozza li invita a rivisitare e rafforzare i loro piani climatici per il 2030 entro la fine del 2022, cioè a fare in 12 mesi quanto non sono riusciti a fare in sei anni dopo Parigi. In precedenza, non si era loro richiesto che presentassero nuovi piani fino al 2025, quindi questi nuovi piani arriverebbero ​​con tre anni interi di anticipo e riguarderebbero le emissioni di questo decennio piuttosto che della metà del secolo e oltre. In sostanza questa parte di testo spinge i paesi a fare piani, entro la fine del prossimo anno, per tagliare le emissioni in questo decennio. Questo è cruciale, perché come abbiamo notato prima, mentre molti paesi si sono impegnati a raggiungere lo zero delle emissioni nette in questo secolo, nella maggior parte dei casi non hanno dato seguito ai piani di riduzione delle emissioni nel breve termine. Naturalmente, il grosso problema qui è che il testo esorta solo i governi a farlo, non li obbliga. Quindi, anche se questo testo sopravviverà ai prossimi giorni di negoziati, non sarà in alcun modo giuridicamente vincolante. Perché il testo abbia raggiunto il suo scopo, dovremo fare affidamento sul fatto che i governi sentano un senso di obbligo, o forse di vergogna. Qualsiasi acquisizione del testo di stanotte potrebbe essere annullata prima che i negoziati si concludano venerdì sera tardi o durante il fine settimana. Proposte ambiziose, come tagliare le emissioni globali del 45% entro il 2030 o accelerare obiettivi climatici aggressivi, sono sul filo del rasoio. Intanto i negoziatori restano bloccati sulle regole che governano il mercato globale del carbonio. I rappresentanti dei paesi in via di sviluppo lamentano che sono stati compiuti pochissimi progressi nel finanziamento dell’adattamento climatico e di perdite e danni. Le delegazioni sembrano rimanere trincerate nelle posizioni pre-COP, muovendosi verso un compromesso a passi da formica, o per niente.

Verso sera un annuncio a sorpresa sembra cambiare le carte in tavola. Cina e Stati Uniti lavoreranno insieme per contrastare i cambiamenti climatici, annuncia questa sera Pechino, con un accordo siglato a margine della COP 26.  Il contenuto dell’accordo, importantissimo, è tutto da verificare e si sente dire che i dettagli verranno forniti domani. La Cina e gli Stati Uniti concordano di collaborare su “standard ambientali relativi alla riduzione delle emissioni di gas serra negli anni 2020” e altre “azioni rafforzate per il clima”. Include la cooperazione sul metano e un gruppo di lavoro sul miglioramento dell’azione per il clima negli anni ’20. Entrambi i paesi intendono comunicare nuovi NDC nel 2025, che dureranno fino al 2035. Ciò potrebbe aiutare i ministri a scegliere tra le due opzioni attualmente dinanzi a loro per dare tempi comuni agli NDC. Entrambi i paesi si sono impegnati a risolvere l’articolo 6 e la trasparenza alla COP 26. Questo annuncio potrebbe essere un regalo tardivo alla Presidenza, proprio mentre cerca di aiutare i paesi a appianare le molte questioni sul tavolo. L’accordo offre agli Stati Uniti più possibilità di impegnare la Cina in una reale responsabilità di una azione climatica corretta e trasparente e potrebbe mitigare l’opinione, che si sta ormai consolidando, che la Cina abbia contribuito poco alla COP 26. Cina in recupero, dunque. Sarebbe stato un grave errore da parte cinese farsi scivolare dalle mani le immense opportunità che si aprono con la green economy ed anche il vantaggio di prime mover che tuttora detiene assieme alla rappresentanza fiduciaria di gran parte dei paesi poveri. Probabilmente i due Presidenti terranno un Summit virtuale nei primi giorni della prossima settimana, su un orizzonte politico che potrebbe andare oltre la questione climatica. L’annuncio arriva a conclusione di una giornata in cui, a partire dal mattino quando è stata diffusa la bozza del testo finale della conferenza sul clima, è stato tutto un susseguirsi di critiche, talvolta pesantissima, al lavoro svolto giudicato debole dagli ecologisti e perfino incapace di additare i combustibili fossili, carbone gas e petrolio come la causa principale della crisi climatica.

Negli stessi momenti della serata viene a conoscenza la decisione di Greta Thunberg e di altre 13 figure simbolo dell’ambientalismo di bypassare di fatto la COP 26 rivolgendosi con una lettera direttamente al segretario generale dell’ONU Guterres per pregarlo di considerare l’emergenza climatica alla stessa stregua della pandemia, di cui forse è più grave ancora.

Per rileggere i resoconti delle altre giornate e gli approfondimenti tecnici, consulta la pagina dedicata