20 Dicembre 2023

COP28: bicchiere mezzo pieno, bicchiere mezzo vuoto

DI ANDREA BARBABELLA, PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE SU IL SOLE 24 ORE

La “storica” secondo alcuni COP28 di Dubai si è chiusa con la pubblicazione del primo Global Stocktake, ossia il primo bilancio ufficiale dell’Accordo di Parigi. Bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto? Prima dell’inizio dei lavori avevo indicato tre priorità sulle quali, a giochi terminati, si sarebbero potuti valutare gli esiti di questo evento: vediamo cosa abbiamo portato a casa.

La prima priorità riguardava la finanza e, in particolare, il sostegno economico che i Paesi industrializzati avrebbero dovuto fornire ai Paesi in via di sviluppo per affrontare la transizione energetica e rispondere agli effetti del cambiamento climatico. A sorpresa, il primo giorno di lavoro è stato raggiunto l’accordo sul c.d. meccanismo di “loss & damage”, con l’istituzione di un fondo dedicato ai Paesi in via di sviluppo che hanno subito danni riconducibili al riscaldamento climatico. L’invito del Presidente della Conferenza Sultan Al-Jaber ad alimentarlo, tuttavia, non ha avuto grande seguito e al termine della Conferenza si contavano 700 milioni di dollari di donazioni, a fronte di un fabbisogno di almeno 350 miliardi di dollari ogni anno. Ma in realtà quello che manca ancora oggi è un meccanismo complessivo in grado di sostenere i costi della transizione energetica nelle economie più arretrate: secondo una prima valutazione realizzata dalle Nazioni, per implementare la Convenzione sul clima e, in particolare, l’Accordo di Parigi, i Paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno da qui al 2030 di qualcosa come 6 mila miliardi di dollari di finanziamenti. Un traguardo davvero difficile da raggiungere, se si pensa che ancora non abbiamo superato quello del fondo sul clima lanciato nel 2009 che avrebbe dovuto andare a regime nel 2020 con 100 miliardi di dollari all’anno.

La seconda priorità era relativa alla necessità di aumentare l’ambizione degli impegni nazionali. Il documento di uscita della COP28 evidenzia alcuni progressi, visto che prima dell’Accordo di Parigi le proiezioni stimavano a fine secolo un aumento della temperatura globale di 4°C e che oggi, grazie ai nuovi impegni volontari, siamo scesi a 2,1-2,8°C. Ma è ancora troppo e, soprattutto, molto lontano dall’obiettivo di 1,5°C, per rispettare il quale entro il 2030 dovremmo tagliare le emissioni globali del 43%, mentre l’insieme di tutti gli impegni nazionali, sempre immaginando che siano rispettati, arriverebbe in media a un -2%. A questo punto viene tutto rimandato alla COP30 che si terrà in Brasile (Paese fresco di adesione all’Opec) nel 2025, proprio l’anno in cui, per stare in traiettoria con l’obiettivo 1,5°C, dovremmo cominciare a ridurre le emissioni, invece di continuare ad aumentarle come abbiamo fatto fino a oggi.

La terza priorità era quella di definire una roadmap energetica e, soprattutto, un percorso condiviso di uscita dai combustibili fossili. Un obiettivo affatto scontato, visto anche gli interessi del Paese ospitante, gli Emirati Arabi Uniti. Di assolutamente positivo c’è l’accordo che è stato raggiunto su rinnovabili elettriche ed efficienza energetica: da qui al 2030 dovremmo triplicare la potenza installata di rinnovabili, arrivando a 11 mila GW, e raddoppiare il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica dal 2% attuale al 4% annuo. Obiettivi ambiziosi e in linea con il target di +1,5°C. Ma più di tutti ha tenuto banco il tema dei combustibili fossili: la prima volta dopo oltre trent’anni di negoziati internazionali sul clima, è stato messo nero su bianco l’obiettivo di un graduale allontanamento – “transitioning away” – dagli stessi entro il 2050. Purtroppo non si tratta ancora di una vera e propria roadmap, mancando indicazioni precise su tempi e modi. Indicazioni che, invece, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco nella propria roadmap energetica globale: per rispettare gli impegni presi a Parigi, i consumi mondiali di combustibili fossili dovrebbero ridursi di almeno il 30% nel 2030. Per essere ancora più precisi, entro questo decennio andrebbero tagliati il 21% dei consumi di petrolio, il 22% di gas e ben il 45% di carbone. E questi sono i numeri che non hanno trovato spazio nel documento finale. Proveremo di nuovo alla prossima COP29 in Azerbaijan, altro Paese a trazione fossile. Ma intanto il tempo scorre veloce e il cambiamento climatico presenta ogni anno che passa un conto sempre più salato.

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