11 Novembre 2021

Giorno 10, COP26 DAY BY DAY – Lettere da Glasgow

Città, regioni, imprese: la seconda gamba della trattativa

di Antonio Cianciullo

 

La Cop26 viaggia su due binari. Il problema è che non sono paralleli e vengono costruiti in progress. Quindi il rischio di collisione non è da sottovalutare. Tuttavia i delegati sono acrobati collaudati – anche se fisicamente provati essendo arrivati al decimo giorno della maratona conferenziale, una disciplina che richiede un buon allevamento fisico e mentale – ed è probabile che riescano a cavarsela anche questa volta.

Sul primo binario viaggiano le decisioni universali. Devono essere (o almeno apparire) di alto profilo, venire condivise da tutti, ed essere in sintonia con le indicazioni che vengono dalla comunità scientifica. Tre requisiti molto difficili da tenere assieme visto che gli scienziati premono per una dismissione rapidissima dei combustibili fossili e gli interessi dei Paesi che ne detengono i giacimenti sono diversi. L’arte della negoziazione consiste nello spingersi fin dove è possibile, facendo ogni volta un passo avanti ed evitare di parlare di ciò di cui non si può parlare perché non c’è consenso. Su questa base si costruirà il documento finale che darà il segno alla Cop. Nella prima bozza gli elementi innovativi sono modesti, ma la situazione potrebbe migliorare nelle prossime ore.

Sull’altro binario viaggia il mondo reale: come organizzare i trasporti; come dare da mangiare a quasi 8 miliardi di persone oggi senza inaridire il suolo che servirà a dare da mangiare domani a 10 miliardi di persone; come produrre energia mantenendo in equilibrio gli ecosistemi. Qui a Glasgow è stato possibile arrivare ad accordi parziali in vari campi: dallo stop progressivo al carbone all’agricoltura sostenibile, passando per la nascita della coalizione Beyond Oil & Gas Alliance istituita da Costa Rica e Danimarca alla quale il governo italiano ha aderito ieri.

Per ora il negoziato resta bloccato nonostante il documento congiunto reso noto mercoledì sera da Stati Uniti e Cina. Nelle due conferenze stampa in cui la decisione è stata comunicata (una americana, una cinese) sono stati enunciati i termini di un’intesa significativa sul piano politico, difficilmente misurabile su quello ambientale. Washington e Pechino hanno dichiarato che occorre agire “per tenere viva la possibilità di fermare l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi” e che il decennio decisivo è quello in corso.

I due Paesi si sono impegnati a cooperare sugli standard normativi, sulla transizione verso l’energia pulita, sulla decarbonizzazione, sulla progettazione verde e sull’utilizzo delle risorse rinnovabili. In particolare è stato messo a fuoco il tema della lotta contro la deforestazione e quello della riduzione delle emissioni di metano. Annunciato anche l’impegno a formare un gruppo di lavoro che si riunirà regolarmente per discutere le soluzioni climatiche.

Un primo test per misurare l’efficacia di questa intesa è il peso che riuscirà a esercitare in direzione di una conclusione positiva della Cop26. Per ora, ha detto il presidente della conferenza sul clima Alok Sharma, l’effetto sulla Cop26 non è ancora sufficiente: “La dichiarazione congiunta di Cina e Russia sull’impegno a potenziare l’azione contro il cambiamento climatico è un passo importante, ma al momento non basta a suggellare il successo della CoP26. C’è ancora molto lavoro da fare”.

Altre due sollecitazioni sono arrivate ieri. Oltre 200 climatologi hanno lanciato un appello ai Paesi riuniti alla Cop26 per un’azione immediata e decisa contro il riscaldamento globale. E il papa, in una lettera ai cattolici scozzesi ha scritto, facendo riferimento alla conferenza di Glasgow, “il tempo sta finendo. Questa occasione non deve essere sprecata, per non dover affrontare il giudizio di Dio per la nostra incapacità di essere amministratori fedeli del mondo che ha affidato alle nostre cure”.

Dunque sul binario delle decisioni a tutto campo per ora il percorso è rallentato. La situazione si sbloccherà tra domani e dopodomani: solo allora sarà possibile valutare. Sul binario delle attività concrete oggi invece è stata la giornata dedicata alle città e alle regioni.

E’ un tema che sta acquistando una forza progressiva come testimonia il successo di Race to Zero, la campagna istituzionale Onu dedicata a tutti gli attori non governativi (“non-state actors”): ci sono le imprese, le amministrazioni locali, le Regioni. Ed è da questo gruppo di attori della battaglia per la difesa climatica che finora sono arrivati i segnali più forti. Proprio questo è stato uno degli elementi centrali dell’analisi di Italy for Climate che ha realizzato il primo ranking delle Regioni italiane sul clima, evidenziando come nessuna sia ancora pienamente in linea con l’obiettivo delle emissioni nette zero al 2050.

Gli attori non governativi infatti rappresentano anche un fattore di compensazione degli sbalzi che alle volte l’azione politica dei governi può avere in caso di un avvicendamento di maggioranze segnate da orientamenti radicalmente diversi in tema di sicurezza ambientale.

Laddove i governi centrali fanno fatica a prendere decisioni efficaci e rapide (alle Cop e nei vari tavoli internazionali), i non-state actors possono muoversi indipendentemente e più rapidamente (anche perché hanno strategie economiche, sociali e reputazionali a cui dare coerenza). In questo modo possono anche fungere da traino alla transizione ecologica pungolando i governi.

I dati arrivati alla Cop mostrano che il numero delle città e delle regioni impegnate in politiche climatiche in linea con le richieste della Nazioni Unite è in costante crescita. E la sinergia pubblico-privato dal punto di vista degli investimenti (sollecitata al G20 dal presidente Mario Draghi e ripresa in varie occasioni alla Cop26) trova reazioni molto pronte proprio in questo gruppo di attori.

Ieri alle 15.30 c’è stato un evento targato Race to Zero, “Racing to a better world”, con Nigel Topping, il leader dell’High Level Champion for Climate Action at COP26. Infine, a rafforzare questa seconda gamba della trattativa, è arrivata anche la misura di un consenso crescente. Il voto popolare sul clima dell’Undp ha visto il 64% della popolazione mondiale convinta che ci troviamo in un’emergenza climatica.

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