8 Aprile 2026
La frenata delle rinnovabili costa cara: “Possono far risparmiare 3,5 miliardi l’anno”
PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE SU ECONOMY MAGAZINE
C’è un dato che dovrebbe pesare più di qualsiasi slogan nel dibattito sull’energia: mentre in Italia torna a farsi sentire chi immagina un recupero del carbone o rilancia scorciatoie alternative, le fonti rinnovabili continuano a dimostrare di essere la leva più concreta per alleggerire il conto energetico nazionale. Secondo Italy for Climate, il rallentamento registrato nel 2025 nelle nuove installazioni rappresenta un segnale preoccupante proprio perché arriva in una fase in cui il Paese avrebbe invece bisogno di accelerare, per ridurre dipendenza estera, volatilità dei prezzi e pressione sulle bollette. Il punto, in sostanza, è economico prima ancora che ambientale: ogni ritardo nella transizione si trasforma in costi reali per famiglie, imprese e sistema Italia.
La frenata del 2025
Dopo anni di crescita costante, nel 2025 le nuove installazioni di rinnovabili in Italia sono scese da 7,5 a 7,2 GW, con una contrazione del 4% che interrompe una dinamica positiva consolidata. È una battuta d’arresto che, letta in controluce con il quadro internazionale e con il peso delle importazioni energetiche, assume un valore ben più ampio del dato tecnico. Per Andrea Barbabella, coordinatore di Italy for Climate, il rallentamento non può essere archiviato come un incidente marginale.
Il prezzo della dipendenza
Barbabella descrive l’Italia come un Paese ancora appesantito dalla zavorra fossile, schiacciato da una dipendenza economica che nasce dalla concentrazione di petrolio e gas nelle mani di pochi Stati. La questione, osserva, non riguarda solo la sicurezza energetica ma anche la vulnerabilità del sistema produttivo nazionale. Quando il mix energetico resta agganciato ai combustibili fossili, infatti, il Paese si espone a una spirale di instabilità e rincari che finisce per riflettersi direttamente sul costo dell’energia.
Il precedente che parla chiaro
A confermare il peso economico della transizione è quanto accaduto tra il 2008 e il 2014, quando la potenza installata da rinnovabili in Italia è passata da 24 a 51 GW e la produzione elettrica verde da 54 a 112 miliardi di kWh. In quella fase l’Italia è riuscita a ridurre la quota di fabbisogno energetico coperta da importazioni dall’83% al 76%. Tradotto in termini concreti, significa meno acquisti dall’estero, meno esposizione ai mercati e un risparmio annuo valutato in circa 3,5 miliardi di euro.
Fotovoltaico contro illusioni
Nel dibattito pubblico, osserva Barbabella, si continua però a inseguire ipotesi che oggi non appaiono in grado di offrire risposte immediate. Solo i nuovi impianti fotovoltaici entrati in funzione nel 2025 hanno prodotto 9 miliardi di kWh aggiuntivi: per ottenere lo stesso risultato con il nucleare, sottolinea, sarebbe stato necessario mettere in esercizio in un solo anno almeno tre Small Modular Reactors, tecnologia ancora lontana da una reale disponibilità industriale. Da qui il richiamo a concentrare gli sforzi su ciò che è già operativo, scalabile e capace di generare benefici economici tangibili.
Il costo del rinvio
Il nodo, allora, non è soltanto quanto cresce la capacità installata, ma quanto pesa il mancato avanzamento. Per il centro studi della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ogni rallentamento nella corsa alle rinnovabili non è mai neutrale: equivale a trasferire sul Paese una bolletta più alta, una maggiore dipendenza dalle importazioni e una minore capacità di proteggere competitività industriale e potere d’acquisto. In un momento in cui il confronto pubblico si disperde tra ritorni al passato e soluzioni improbabili, il messaggio è netto: rallentare la transizione energeticasignifica scegliere di pagare di più.


