27 Aprile 2026

La lezione di Chernobyl, quarant’anni dopo

DI ANDREA BARBABELLA, ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU GREENREPORT

Quarant’anni fa, nella notte del 26 aprile 1986, in quella che oggi è la martoriata terra di Ucraina, avvenne il più grave incidente nella storia del nucleare per uso civile. Durante quello che almeno ufficialmente avrebbe dovuto essere un test di sicurezza, una improvvisa esplosione scoperchiò letteralmente il reattore numero 4. Tutto avvenne in modo estremamente rapido e a nulla valsero i tentativi di arrestare il processo di fusione del nocciolo, fenomeno che avevamo già conosciuto qualche anno prima negli USA a Three Miles Island, ma fortunatamente con effetti decisamente più contenuti. La nube che si è alzata quella notte dal reattore numero 4 ha sprigionato materiale radioattivo pari a quello che sarebbe stato sprigionato dall’esplosione di 400 bombe atomiche di Hiroshima.

I costi economici della catastrofe sono stati enormi e, in gran parte, ancora oggi incalcolabili. Solo per contenere temporaneamente la minaccia rappresentata da un impianto industriale che rimarrà altamente radioattivo per migliaia di anni, sono stati spesi 1,5 miliardi di euro per realizzare “il sarcofago”, una imponente opera ingegneristica che, almeno per i prossimi decenni si spera, dovrebbe contenere la contaminazione dell’ambiente circostante. Ma in realtà i costi economici stimati sono ben altri e si contano in centinaia di miliardi di euro. Così come possiamo solamente ipotizzare il numero di morti: le Nazioni Unite hanno stimato in alcune migliaia le vittime accertate a causa dell’incidente, ma ad essere esposti a livelli di radiazioni potenzialmente pericolose sono stati milioni di persone e il vero bilancio, semplicemente, non lo conosceremo mai.

Quello che di sicuro sappiamo è che, a distanza di 40 anni da quell’evento, un’area di oltre 2.500 km2intorno alla città industriale di Pripyat è ancora oggi interdetta alla presenza dell’uomo e lo rimarrà per secoli o millenni: un territorio equivalente a circa metà della Provincia di Roma in cui attualmente vivono oltre 4 milioni di persone. Ma, secondo la stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’area effettivamente contaminata sarebbe ben più vasta, almeno 150 mila km2 in cui ancora oggi vivono milioni di persone, una superficie quasi pari a tutte le regioni italiane del Centro e del Nord in cui le persone saranno esposte ai rischi delle radiazioni per un lungo periodo di tempo.

Oggi quasi il 40% della popolazione Italiana non ha vissuto quella tragedia, per il semplice motivo che quel 26 aprile non era ancora nata. E questa percentuale è destinata a crescere ogni anno che passa. Proprio per questo oggi, a distanza di quarant’anni, è importante ricordare quell’evento e, soprattutto, continuare ad interrogarsi sulla lezione che questo dovrebbe averci consegnato. E questo è ancora più importante in un momento, come quello attuale, in cui si torna a parlare di rilancio di questa tecnologia.

Nel 1986 eravamo ancora in piena guerra fredda e l’impianto si trovava in territorio Sovietico:  è facile intuire quanto fosse difficile capire le ragioni di un incidente che addirittura, almeno nelle prime ore dopo l’incidente stando ad alcune ricostruzioni, gli apparati politici avevano tentato di nascondere. Ma oggi, a distanza di anni, sappiamo che quell’incidente, come quasi sempre accade, fu causato da un insieme di concause, sia di natura tecnologica che di natura umana. In attesa di nuove soluzioni tecnologiche a così detta “sicurezza intrinseca”, attualmente allo stato prototipale o dimostrativo, il mix di guasto tecnologico ed errore umano rappresenta un fattore di rischio sempicemente ineliminabile. Le probabilità che o l’uno, o l’altro, o addirittura entrambi si possano verificare semplicemente non possono in nessun caso essere portate a zero. E Chernobyl sta li a mostrarci ancora oggi, a distanza di quattro decenni, quale potrebbe essere il prezzo di una nuova scommessa nucleare. Siamo davvero disposti a tanto? E, se si, perché?

Alcuni affermano che il cambiamento climatico è un rischio ancora maggiore di quello connesso alla produzione di energia da nucleare. Lo penso anche io, senza nessuna ombra di dubbio. Ma se quarant’anni fa questa tecnologia sembrava essere l’unico modo per emanciparsi dalla dipendenza dai combustibili fossili e, anche se allora non erano in molti ad esserne coscienti, per disinnescare la minaccia climatica, oggi semplicemente non è più così. La rivoluzione delle fonti rinnovabili che ha investito il settore energetico negli ultimi quindici anni ci ha fornito una alternativa infinitamente meno rischiosa, oltre che decisamente più economica. Nel 1986 nel mondo erano oprativi circa 400 impianti nucleari, più o meno lo stesso numero di oggi, solo che allora rappresentavano il 17% della generazione mondiale di elettricità mentre oggi sono fermi al 9%, e in progressivo calo. Da qualche anno la produzione di elettricità da eolico e fotovoltaico ha superato quella da nucleare e queste tecnologie rappresentano oggi di gran lunga il modo più economico – e soprattutto il più sicuro – per produrre energia elettrica in ogni parte del mondo, senza emissioni e senza bisogno di combustibili fossili. Tornando, quindi, con la mente a quello che è accaduto quarant’anni fa a Chernobyl e consapevoli di quanti cambiamenti siano avvenuti da allora, pensando alle ipotesi di rilancio della tecnologia nucleare la domanda che dovremo porci è semplice: ma siamo davvero sicuri che oggi ne valga la pena?

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