15 Dicembre 2023

L’accordo sul clima è un gol all’ultimo minuto di una partita che stiamo perdendo

DI ANDREA BARBABELLA, PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE SU HUFFPOST

Nel 1992, a Rio de Janeiro oltre 150 Governi hanno firmato la Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (UNFCCC), riconoscendo così nel riscaldamento globale una potenziale minaccia per l’umanità. Con la loro firma si sono impegnate a “stabilizzare le concentrazioni di gas serra in atmosfera a un livello tale da prevenire pericolose interferenze di origine antropica con il sistema climatico”. È cominciato allora il lavoro della diplomazia climatica internazionale per rispettare questo obiettivo. Eravamo in un mondo popolato da 5,5 miliardi di anime, che con le loro attività consumavano in un anno poco più di 9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio e immettevano in atmosfera 35 miliardi di tonnellate di gas serra. Un mondo in cui gli effetti della crisi climatica sembravano, sì potenzialmente gravi, ma essenzialmente un problema per le generazioni a venire.

Ci sono voluti tredici anni di trattative per fare entrare in vigore, grazie a un discusso accordo con la Russia, il Protocollo di Kyoto. Si trattava del primo strumento operativo della Convenzione che poneva finalmente un obbligo di riduzione delle emissioni. Ma con alcuni limiti evidenti: ad essere direttamente coinvolti negli impegni di riduzione erano solo una quarantina di Paesi industrializzati, principali responsabili delle emissioni storiche globali fino a quel momento, a cui si chiedeva di tagliare entro il 2012 le proprie emissioni del 5% rispetto al 1990.

Il gruppo dei Paesi industrializzati ha raggiunto nel complesso l’obiettivo, ma nel frattempo il mondo ha perso la partita. Ecco la situazione a venti anni esatti dall’entrata in vigore della Convenzione: la popolazione mondiale è a quota 7 miliardi, consuma ogni anno oltre 14 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio e sprigiona in atmosfera circa 50 miliardi di tonnellate di gas serra. Rispetto al 1992, la popolazione è cresciuta di oltre il 25%, i consumi energetici di oltre il 50%, le emissioni di più del 40%.

Per superare i limiti evidenti mostrati dal protocollo di Kyoto, nel 2015 oltre 190 Paesi firmano l’Accordo di Parigi, di fatto il primo vero accordo globale sul clima, con il quale praticamente tutti i Governi del mondo s’impegnano a presentare dei piani nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra. Tali piani avrebbero dovuto essere compatibili con l’obiettivo di arrestare il riscaldamento globale entro la fine del secolo in corso a non più di 2°C rispetto al periodo pre-industriale, facendo ogni sforzo possibile per limitare questo aumento a non più di 1,5°C, come raccomandava la scienza (il condizionale non è un caso, perché oggi sappiamo con certezza che non lo sono).

Da allora le cose, tuttavia, non sono migliorate molto. E dopo altri otto anni eccoci arrivati alla COP28 di Dubai. Vivono oramai su questo pianeta più di 8 miliardi di persone che consumano oltre 15 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio e sparano in atmosfera quasi 60 miliardi di tonnellate di gas serra ogni anno. Non proprio in linea con quanto richiesto dalla Convenzione. Siamo oramai a quota 420 parti per milione di CO2 in atmosfera, una concentrazione mai raggiunta sulla Terra almeno negli ultimi 4 milioni di anni, e viviamo in un mondo più caldo di 1,2°C rispetto a un secolo e mezzo fa, con un sistema climatico decisamente alterato.

Dopo oltre trent’anni di duro lavoro della diplomazia climatica mondiale, siamo finalmente riusciti a far mettere nero su bianco a quasi 200 Paesi che, per tenere fede all’impegno sottoscritto in quel lontano 1992, dovremmo cominciare progressivamente a ridurre il consumo di petrolio, carbone e gas. Questo fatto, che a tutta ragione possiamo definire “storico”, non può che essere accolto con sincero e profondo moto di gioia. Purtroppo, per arrivarci abbiamo consumato quella che forse è la più preziosa risorsa, decisamente non rinnovabile, di cui disponevamo: il tempo. Perché quello che ci rimane davanti, per fare quello che non siamo riusciti a fare in oltre un trentennio, si conta in una manciata di anni. Un paio per riuscire a invertire un trend, quello delle emissioni, che neppure una pandemia e una crisi energetica globale sono riusciti a piegare. Una volta raggiunto il picco nel 2025, dovremmo poi cominciare a scendere rapidamente verso il basso, tagliando in un quinquennio il 30% (se non addirittura il 40% se volessimo rispettare il limite di +1,5°C) delle emissioni mondiali di gas serra.

Ora, se qualcuno mette in dubbio l’efficacia del meccanismo di ricerca del consenso messo in piedi più di trenta anni fa, non necessariamente lo fa perché critica l’idea e la pratica del multilateralismo. Ma forse, più semplicemente, perché, come il sottoscritto, oramai prova rabbia e paura. Rabbia per il tempo che abbiamo consumato e paura che di tempo non ce ne sia più. Non è una resa, ma tutt’altro: è un’accorata chiamata all’azione, ora.

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