29 Novembre 2023

Loss and damage: i meno colpevoli e i più colpiti

Gli effetti del riscaldamento globale sono oramai sempre più evidenti, e spesso più devastanti, ogni anno che passa. E portano con sé un numero di vittime e danni economici sempre più elevati. Questo vale in modo particolare per i Paesi più poveri, che si trovano al centro di un paradosso della storia: sono, infatti, in assoluto quelli con le minori responsabilità del riscaldamento globale in corso e, al tempo stesso, sono quelli che ne pagano e ne pagheranno i costi più alti pur non avendo le risorse per farlo.

Secondo l’Unep, guardando alle emissioni cumulate di CO2 prodotte a partire dalla rivoluzione industriale, che sono quelle che hanno determinato l’aumento della temperatura media globale raggiunto oggi, i Paesi meno sviluppato hanno contribuito con appena il 4% del totale, mentre attualmente ospitano il 14% della popolazione mondiale, oltre un miliardo di individui. Secondo alcune stime, gli impatti della crisi climatica saranno molto più intensi proprio nelle regioni del mondo dove si concentrano i popoli più poveri e, in particolare, nel continente africano: qui si potrà arrivare a concentrare ben il 50% di tutti i futuri decessi provocati dagli impatti della crisi climatica.

Per questo nella COP27 di Sharm El-Sheiksi si è deciso di dare vita a uno strumento, chiamato Loss and Damage, attraverso il quale i Paesi industrializzati, che hanno in larghissima parte determinato la situazione attuale di emergenza climatica quasi permanente, si fanno carico dei danni economici ad essa connessi che si genereranno nei Paesi più poveri. Alla COP28 bisognerà definire le regole operative di questo strumento e renderlo funzionante ed efficace.

Secondo le stime contenute in un recente report pubblicato sempre dall’Unep, il Programma ambientale dell’Onu, i Paesi industrializzati dovrebbero versare tra i 215 e i 387 miliardi all’anno per consentire ai Paesi più poveri di difendersi dal riscaldamento globale mettendo in campo politiche di adattamento che possano limitarne gli impatti. Si tratta di circa l’1% del PIL di tutti i Paesi classificati come in via di sviluppo. Ma sempre secondo l’Unep, per arrivare a queste cifre bisognerebbe moltiplicare tra10 e 18 volte quanto i Paesi industrializzati versato attualmente.

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