Tassonomia verde, perché gli esperti europei bocciano gas e nucleare

Tassonomia verde, perché gli esperti europei bocciano gas e nucleare

di Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

La tassonomia europea degli investimenti ecosostenibili è un sistema di classificazione, introdotto da un Regolamento europeo del 2020, che indica i criteri per definire green, cioè sostenibili, gli investimenti che generano almeno uno specifico vantaggio ambientale, senza recare alcun danno significativo ad altri aspetti ambientali.

Vista l’attenzione riservata in Italia alla bozza della proposta della Commissione Ue che prevede l’inserimento del nucleare e del gas nella tassonomia degli investimenti ecosostenibili, il pronunciamento su questa proposta, il 21 gennaio scorso, del gruppo permanente di esperti della Commissione – la “Piattaforma per la finanza sostenibile” –  merita maggiore informazione.

Il pronunciamento (Response to Complementary Delegated Act del 21 gennaio 2022) boccia la proposta della Commissione in modo netto, senza troppa diplomazia: il nucleare non rispetta il criterio base della tassonomia europea del non fare alcun danno ambientale significativo (Do No Significant Harm) e quindi non va inserito fra le tecnologie green, e il gas potrebbe rientrarvi solo se rispettasse il criterio dei 100 gr di CO2 al KWh e non dei 270 gr, come proposto nella bozza della Commissione.

Basta dare una scorsa all’elenco delle organizzazioni che hanno espresso i 57 membri e gli 11 osservatori di questa Piattaforma per capire la portata di questo pronunciamento. Quelli importanti su queste materie, ci sono quasi tutti: dal mondo della finanza, delle imprese, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni della società civile, dell’accademia e degli enti di ricerca. È solo un parere, ma, vista la rappresentatività dell’organismo che lo ha espresso, non sarà facile ignorarlo nei passaggi successivi dell’iter europeo: sia dell’esame dei governi al Consiglio europeo e, soprattutto, di quello dei deputati del Parlamento europeo, previsti entro i prossimi 4 mesi. In particolare salta agli occhi l’accoglienza fredda, in alcuni casi esplicitamente ostile, dell’inserimento del gas e del nucleare nella tassonomia degli investimenti ecosostenibili, da parte del mondo della finanza.

Come mai? A causa dell’alto rischio e la non remuneratività degli investimenti nel nucleare per i tempi lunghi di realizzazione degli impianti, il continuo enorme aumento dei costi di costruzione delle nuove centrali e la non competitività dei costi di produzione dell’elettricità, ormai molto più cara di quella generata con fonti rinnovabili. Sta alimentando una vivace reazione francese (Le Monde del 24 gennaio , Nucléaire:La Commission européenne semble reprendre d’une main ce qu’elle a donné de l’autre)  un altro testo, presentato dalla Commissione europea il 21 dicembre scorso, sugli aiuti di Stato nel settore energia che esclude il nucleare. Visto che ormai – dicono i sostenitori francesi del nucleare – le compagnie nucleari, da Rosatom in Russia a CNNC  e CGN in Cina, sono ampiamente sostenute con aiuti di Stato, perché in Europa dovremmo farne a meno? Senza aiuti di Stato il nucleare oggi non può reggere. Se i governi nazionali dovranno chiedere una deroga alla Commissione europea per sostenere con soldi pubblici le loro compagnie nucleari, aumenteranno incertezze, oneri e tempi per questo settore. Anche questo concorre allo scetticismo sul futuro del nucleare, ampiamente diffuso nel mondo della finanza.

C’è poi l’argomentazione tecnica del parere della Piattaforma per la finanza sostenibile. Il contributo del “nuovo nucleare”, da autorizzare entro il 2045, alla riduzione delle emissioni di gas serra non è rilevante, visto che dobbiamo raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Anche sull’aumento del contributo del nucleare esistente alla riduzione dei gas serra non c’è gran fiducia, per i tempi troppo lunghi e i costi troppo elevati della costruzione di nuove centrali nucleari.

L’applicazione dei criteri tecnici del Regolamento della tassonomia europea non lascia dubbi: le centrali nucleari generano rifiuti radioattivi non riciclabili e il loro smaltimento finale, sicuro e permanente, non è assicurato, in contrasto con l’economia circolare; lo smantellamento e la bonifica dei siti delle centrali nucleari non sono assicurati in tempi certi e stabiliti, in contrasto con l’obbligo al ripristino ambientale; l’analisi del ciclo di vita delle centrali e del combustibile nucleare fornisce elementi significativi di rischio ambientale, in contrasto con i principi di prevenzione e controllo dell’inquinamento. Quindi le centrali nucleari non rispettano i requisiti del “Do No Significant Harm” della tassonomia, dice a chiare lettere la Piattaforma per la finanza sostenibile.

La tassonomia europea degli investimenti ecosostenibili è un sistema di classificazione, introdotto da un Regolamento europeo del 2020, che indica i criteri per definire green, cioè sostenibili, gli investimenti che generano almeno uno specifico vantaggio ambientale, senza recare alcun danno significativo ad altri aspetti ambientali.

Vista l’attenzione riservata in Italia alla bozza della proposta della Commissione Ue che prevede l’inserimento del nucleare e del gas nella tassonomia degli investimenti ecosostenibili, il pronunciamento su questa proposta, il 21 gennaio scorso, del gruppo permanente di esperti della Commissione – la “Piattaforma per la finanza sostenibile” –  merita maggiore informazione.

Il pronunciamento (Response to Complementary Delegated Act del 21 gennaio 2022) boccia la proposta della Commissione in modo netto, senza troppa diplomazia: il nucleare non rispetta il criterio base della tassonomia europea del non fare alcun danno ambientale significativo (Do No Significant Harm) e quindi non va inserito fra le tecnologie green, e il gas potrebbe rientrarvi solo se rispettasse il criterio dei 100 gr di CO2 al KWh e non dei 270 gr, come proposto nella bozza della Commissione.

Basta dare una scorsa all’elenco delle organizzazioni che hanno espresso i 57 membri e gli 11 osservatori di questa Piattaforma per capire la portata di questo pronunciamento. Quelli importanti su queste materie, ci sono quasi tutti: dal mondo della finanza, delle imprese, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni della società civile, dell’accademia e degli enti di ricerca. È solo un parere, ma, vista la rappresentatività dell’organismo che lo ha espresso, non sarà facile ignorarlo nei passaggi successivi dell’iter europeo: sia dell’esame dei governi al Consiglio europeo e, soprattutto, di quello dei deputati del Parlamento europeo, previsti entro i prossimi 4 mesi. In particolare salta agli occhi l’accoglienza fredda, in alcuni casi esplicitamente ostile, dell’inserimento del gas e del nucleare nella tassonomia degli investimenti ecosostenibili, da parte del mondo della finanza.

Come mai? A causa dell’alto rischio e la non remuneratività degli investimenti nel nucleare per i tempi lunghi di realizzazione degli impianti, il continuo enorme aumento dei costi di costruzione delle nuove centrali e la non competitività dei costi di produzione dell’elettricità, ormai molto più cara di quella generata con fonti rinnovabili. Sta alimentando una vivace reazione francese (Le Monde del 24 gennaio , Nucléaire:La Commission européenne semble reprendre d’une main ce qu’elle a donné de l’autre)  un altro testo, presentato dalla Commissione europea il 21 dicembre scorso, sugli aiuti di Stato nel settore energia che esclude il nucleare. Visto che ormai – dicono i sostenitori francesi del nucleare – le compagnie nucleari, da Rosatom in Russia a CNNC  e CGN in Cina, sono ampiamente sostenute con aiuti di Stato, perché in Europa dovremmo farne a meno? Senza aiuti di Stato il nucleare oggi non può reggere. Se i governi nazionali dovranno chiedere una deroga alla Commissione europea per sostenere con soldi pubblici le loro compagnie nucleari, aumenteranno incertezze, oneri e tempi per questo settore. Anche questo concorre allo scetticismo sul futuro del nucleare, ampiamente diffuso nel mondo della finanza.

C’è poi l’argomentazione tecnica del parere della Piattaforma per la finanza sostenibile. Il contributo del “nuovo nucleare”, da autorizzare entro il 2045, alla riduzione delle emissioni di gas serra non è rilevante, visto che dobbiamo raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Anche sull’aumento del contributo del nucleare esistente alla riduzione dei gas serra non c’è gran fiducia, per i tempi troppo lunghi e i costi troppo elevati della costruzione di nuove centrali nucleari.

L’applicazione dei criteri tecnici del Regolamento della tassonomia europea non lascia dubbi: le centrali nucleari generano rifiuti radioattivi non riciclabili e il loro smaltimento finale, sicuro e permanente, non è assicurato, in contrasto con l’economia circolare; lo smantellamento e la bonifica dei siti delle centrali nucleari non sono assicurati in tempi certi e stabiliti, in contrasto con l’obbligo al ripristino ambientale; l’analisi del ciclo di vita delle centrali e del combustibile nucleare fornisce elementi significativi di rischio ambientale, in contrasto con i principi di prevenzione e controllo dell’inquinamento. Quindi le centrali nucleari non rispettano i requisiti del “Do No Significant Harm” della tassonomia, dice a chiare lettere la Piattaforma per la finanza sostenibile.

La tassonomia non si limita a riconoscere come investimenti ecosostenibili tutti quelli che producono miglioramenti ambientali, ma richiede un passo in più: che i miglioramenti siano tali da evitare di produrre danni significativi all’ambiente. Per le centrali a gas per produrre elettricità la bozza europea prevede alcuni miglioramenti, ma consente che tali centrali emettano 270 gr di CO2 al KWh. La Piattaforma nel suo parere riconosce i miglioramenti, ma nota che un’emissione di questa portata danneggia comunque significativamente il clima e che, anche se il gas sarà utilizzato in quantità significative durante la transizione verso la neutralità climatica, occorre porre da ora, dati i tempi relativamente brevi a disposizione, l’obiettivo di un più drastico taglio delle emissioni, a 100 gr di CO2 al KWh, come obiettivo che non danneggia il clima e promuovere l’utilizzo del biometano, dell’idrogeno verde e della cattura e il riutilizzo della CO2.

Articolo originale pubblicato su Repubblica