23 Ottobre 2026
Una transizione energetica giusta ed inclusiva: i potenziali, le sfide, le politiche
L’impatto sociale della transizione energetica è uno dei temi più complessi da affrontare, perché riguarda le persone, come individui, come organizzazioni e come imprese. È possibile una transizione energetica giusta, che non lasci nessuno ai margini? È questa la domanda che ha animato l’ultimo Stakeholder Forum sul clima, in cui ci siamo concentrati sulle politiche da mettere in campo e sulle principali sfide a cui rispondere.
Come da tradizione, il confronto si è aperto con il contributo di Italy for Climate, a cura di Chiara Montanini, che ha portato l’attenzione sui costi spesso invisibili che paghiamo per la crisi climatica e per la storica dipendenza dai combustibili fossili.
Siamo abituati a guardare alla transizione per i costi che genera e i disagi che può creare. Se però proviamo a spostare il punto di vista, ci rendiamo conto che i costi della mancata azione sono più alti e li stiamo già pagando, a causa degli effetti della crisi climatica che ormai, ancor più dopo l’estate appena trascorsa, sono sotto gli occhi di tutti.
PRESENTAZIONE INTRODUTTIVA A CURA DI ITALY FOR CLIMATE
L’incontro è stato poi arricchito dai contributi di Massimo Ciuffini, Senior Advisor Area Mobilità Sostenibile della Fondazione per lo sviluppo sostenibile; Mauro Vergari, Direttore Ufficio Studi Innovazioni e Sostenibilità di ADICONSUM; Stefano Roberto, Institutional Relations di Motus-E; Francesca Maria Vidori, Senior Associate di European Climate Foundation. Le conclusioni sono state affidate a Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
Di seguito, alcuni dei principali temi emersi nel corso dell’incontro e del dibattito con i membri dello Stakeholder Forum.
- I costi della non azione. Dobbiamo distinguere tra costi diretti e indiretti. I costi diretti sono le perdite economiche subite da infrastrutture e beni fisici a causa degli eventi meteo-climatici estremi. L’Agenzia europea dell’ambiente le stima per l’Europa e per ogni singolo Paese, con dati disponibili dal 1980. Per l’Italia, negli ultimi cinque anni la media è arrivata a quasi 9 miliardi di € all’anno, raddoppiata rispetto al decennio precedente e a tutti quelli passati, confermando la forte accelerazione nel periodo più recente.
I costi indiretti sono invece più difficili da identificare e quantificare, e per questo restano molto sottostimati. Ne fanno parte la perdita di produttività, i danni ai settori che dipendono dalle temperature, come il turismo invernale, e i costi che società ed economia subiscono durante crisi energetiche, problemi di approvvigionamento e fasi di inflazione. Uno studio di Triodos Bank stima in 180 miliardi di € l’impatto dell’estate record 2026 in Europa, la voce principale è la perdita di produttività dovuta ai ritmi di lavoro più lenti a causa del caldo, soprattutto nei settori all’aperto. Seguono i danni all’agricoltura per la siccità, le difficoltà nei trasporti, come la navigazione su Danubio e Reno, e la minore produzione elettrica da nucleare e idroelettrico.
- Le politiche europee. Negli anni l’Europa ha costruito un insieme di strumenti per accompagnare la decarbonizzazione: un prezzo del carbonio per l’industria, che ha già dimostrato di funzionare riducendo in modo significativo le emissioni; una politica industriale pensata per sostenere le imprese nel cambiamento; un nuovo meccanismo che estenderà il prezzo del carbonio anche a riscaldamento e carburanti, accompagnato da un fondo sociale per proteggere le famiglie più esposte. La direzione non è in discussione, ma la crisi energetica ha riaperto il confronto su tempi, modalità e tutele. L’attuazione di questi strumenti si è rivelata più lenta e complessa del previsto. Una parte della riduzione delle emissioni è legata anche al calo delle attività industriali, e il mercato delle quote di emissione rischia di trasformarsi in uno strumento sempre più finanziario. Sul fronte del lavoro, il prossimo bilancio europeo non prevede più un fondo dedicato alla transizione giusta: le risorse passeranno ai piani nazionali, e saranno quindi i governi a decidere le priorità. Allo stesso tempo, la transizione apre nuove filiere e nuove opportunità di occupazione.
- Le persone. I cittadini sono interessati alle possibilità offerte dall’elettrificazione, sia per la casa sia per la mobilità, e oggi i benefici sono concreti. Restano però ostacoli importanti, soprattutto all’ingresso. Il costo iniziale delle tecnologie è percepito come elevato rispetto ai redditi italiani, più bassi della media europea, e gli incentivi sono intermittenti e non permettono di pianificare. Servono strumenti pluriennali che sostengano soprattutto le persone più vulnerabili. In questo modo la transizione diventa inclusiva e può trasformarsi in un’opportunità anche per le fasce sociali più deboli, favorendo l’adozione di tecnologie che riducono i costi. Il Fondo sociale per il clima, che per l’Italia vale circa 9 miliardi destinati a riqualificazione edilizia, elettrificazione e bonus in bolletta, non è ancora definitivo. Lascia inoltre scoperta una fascia di famiglie che non sono in povertà energetica, ma per cui il costo di una pompa di calore resta comunque rilevante.
- La povertà dei trasporti. Il concetto, introdotto nel 2023 insieme al Fondo sociale per il clima, unisce due condizioni: la difficoltà a sostenere i costi di trasporto e la difficoltà ad accedere ai servizi essenziali, strettamente legata al luogo in cui si vive. Per questo l’aumento del prezzo dei carburanti, come altre misure di mobilità sostenibile, ha un impatto diverso a seconda delle condizioni delle persone. Le misure di sostegno devono quindi essere selettive e rivolte a chi ne ha più bisogno.
- L’auto elettrica e la filiera industriale. In Italia l’auto elettrica copre oggi circa l’8% del mercato, contro il 26% della Germania e il 30% della Francia. Il quadro industriale è cambiato profondamente: la Cina in cinque anni ha moltiplicato per dieci la produzione di auto elettriche e oggi esporta in Europa anche auto ibride e termiche a prezzi molto competitivi. Per l’Italia ci sono però anche opportunità, che spesso il dibattito fatica ad evidenziare: più del 70% delle imprese della componentistica produce componenti che non dipendono dal tipo di motore, e le aziende che prevedono di crescere sono quelle che investono nell’elettrificazione. Si aprono inoltre spazi nel riciclo delle batterie e nella guida autonoma. La narrativa secondo cui l’elettrificazione costituisce indubbiamente un danno per l’industria automotive deve perciò essere contestualizzata e aggiornata, poiché rischia di essere un timore infondato, anche se resta valida la necessità di politiche mirate di accompagnamento e supporto alla trasformazione della filiera.
- L’ostacolo culturale. Alla vulnerabilità economica si affianca spesso la difficoltà a comprendere il funzionamento delle nuove tecnologie e cosa fare per adottarle, anche a causa di un’informazione carente o scorretta. La transizione viene spesso percepita come un’imposizione più che come una necessità, nonostante i benefici siano ormai misurabili. È necessario riconoscere e contrastare questo ostacolo culturale con un’informazione chiara, indipendente e utile alle scelte delle persone, che metta in evidenza le opportunità di decarbonizzazione e di riduzione dei costi. Questo vale in particolar modo per le rinnovabili elettriche, ancora oggi: sono fonti energetiche in grado di ridurre il costo dell’energia per cittadini e imprese, ciononostante la crescita sta procedendo ancora lentamente. Uno dei motivi è proprio di natura culturale: il dibattito, soprattutto a livello locale, si concentra spesso sull’impatto visivo e paesaggistico degli impianti e perde di vista le opportunità concrete, legate ad esempio alla decarbonizzazione di grandi impianti industriali o al risparmio in bolletta per le comunità.


