1 Luglio 2026

La crisi climatica non si mitiga bloccando le rinnovabili col benaltrismo

DI EDO RONCHI, ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU HUFFINGTON POST

“Oggi assistiamo a una spinta d’assalto verso la proliferazione di impianti eolici industriali sui crinali dei nostri Appennini e di distese di pannelli fotovoltaici a terra che cancellano suolo agricolo e alterano irreversibilmente la bellezza e il valore culturale dei nostri territori”: sostengono i firmatari di un appello alle associazioni ambientaliste per fermare il loro sostegno allo sviluppo delle rinnovabili. Sarebbe bene partire dai fatti e dai dati. Siamo veramente assediati da una proliferazione di impianti eolici industriali e da distese di pannelli fotovoltaici a terra?

In Italia nel 2025 erano stati installati 43,5 GW di impianti solari e 13,6 GW di impianti eolici, con un incremento, lo scorso anno, di soli 0,6 GW di impianti eolici e di 6,4 GW di impianti solari (fonte Terna). Con questi numeri e questo trend in Italia non raggiungeremo nemmeno il target europeo di rinnovabili al 2030, del 63,4% della domanda di elettricità da fonti rinnovabili che richiederebbe 28 GW di eolico e oltre 79 GW di solare. Altro che proliferazione dell’eolico e distese di parchi solari: siamo in ritardo, sono necessari molti più impianti fotovoltaici ed eolici. Sarebbe il caso anche di finirla con le sparate generiche sugli impatti ambientali e paesistici di questi impianti. Chiarendo, dati alla mano, la dimensione del suolo impegnato: stiamo parlando al massimo di uno 0,2% del territorio nazionale. Il suolo, inoltre, con questi impianti non viene né consumato, né impermeabilizzato, se non in una minima parte.

Con questi impianti, che non inquinano, si possono, e si devono, adottare misure per tutelale e aumentare la biodiversità locale. Gli strumenti per evitare impatti rilevanti su paesaggi di particolare pregio in Italia ci sono e sono ampiamente utilizzati. Per avere le autorizzazioni per costruire impianti eolici e fotovoltaici in Italia si devono seguire procedure che durano anni, e succede, spesso, che siano ostacolati impianti che non hanno impatti rilevanti. Non risulta, invece, che accada il contrario. Una valutazione – sproporzionata e ingigantita – degli impatti sul territorio e sul paesaggio degli impianti solari ed eolici è spesso legata sia a particolari esperienze personali, sia al bagaglio culturale-conoscitivo che guida la percezione di tali esperienze. Chi esalta gli impatti negativi delle rinnovabili, infatti, risiede o frequenta spesso zone dove si ritiene disturbato da questi impianti ed in genere, ha una conoscenza approssimativa degli impatti della crisi climatica e delle scelte possibili e necessarie per affrontarla. Criticare in modo generico gli impatti delle rinnovabili, anche senza serie valutazioni tecniche e riferimenti precisi e documentati, inoltre, non costa nulla e trova una facile amplificazione sui media, dove il peso degli interessi economici legati ai fossili è ancora molto consistente, affiancato anche da quello dei sostenitori del ritorno al nucleare.

“Sia chiaro: noi non neghiamo la crisi climatica. Sappiamo perfettamente che è necessario individuare soluzioni efficaci. Per questo diffidiamo di chi si illude di risolvere il problema rifugiandosi all’ombra di aerogeneratori trasformati in icone salvifiche” scrivono i sottoscrittori di questo appello. Non basta non negare la crisi climatica, è necessario essere più precisi. Aggiungendo, per esempio, che la crisi climatica causa impatti devastanti sui territori e i paesaggi e che, per affrontarla – e su questo punto c’è un’ampia condivisione nel mondo scientifico – sono necessarie grandi quantità di energia fornita da fonti rinnovabili.

“La decarbonizzazione ha bisogno di tante soluzioni diverse-prosegue l’appello – e non certo solo di sterminati campi fotovoltaici e pale eoliche”. Il benaltrismo, a fronte di una crisi epocale come quella climatica, andrebbe accuratamente evitato. Quali sarebbero queste “tante soluzioni diverse”? Per decarbonizzare la produzione di elettricità in Italia serviranno- in previsione della maggiore penetrazione elettrica nella mobilità, negli usi sia civili sia industriali – fino a 150-200 GW di rinnovabili, in gran parte costituite da solare e di eolico, con impianti che occuperanno lo 0,6-0,8% del territorio italiano. Sarà necessaria una quota significativa di eolico per la diversa stagionalità della produzione rispetto al solare; saranno necessari anche impianti solari a terra per ragioni di costi e di sostenibilità economica della transizione. Non si condivide questo scenario? Non basta dire genericamente che ci “sono tante soluzioni diverse”: difronte alla crisi climatica, c’è l’obbligo morale di dire quali sono queste soluzioni e di dimostrare che sono efficaci, che non sono artifici verbali a sostegno di posizioni preconcette e che hanno pari, o minori, impatti dello scenario”100% rinnovabili”.

“L’Italia non è una superficie da sfruttare. È un luogo unico al mondo per tesori ambientali e culturali come riconosciuto dall’UNESCO. Sareste disposti a bruciare la Gioconda per ottenere energia?” – scrivono in questo appello. Anche l’Italia e il suo territorio devono fare la loro parte per mitigare questa crisi climatica. O no?  Pensiamo, in nome dell’unicità del nostro territorio, di poter continuare a mancare i nostri obiettivi europei di decarbonizzazione, a installare meno di un terzo delle rinnovabili della Germania, come è accaduto nel 2025? Trovo una, fastidiosa, prova di debolezza delle argomentazioni nell’ accostamento dei sostenitori della decarbonizzazione basata sullo sviluppo delle rinnovabili, ad un vandalismo stupido, al “bruciare la Gioconda per produrre energia”. Nel mondo, se ancora resta aperta una possibilità di limitare e frenare la gravità della crisi climatica, è grazie al fatto che siamo ancora in tanti a sostenere un’accelerazione della transizione energetica basata sulle rinnovabili.

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