22 Settembre 2026
Perdite di produttività e costi sanitari: la tassa del clima di cui nessuno parla
DI ANDREA BARBABELLA, ORIGINARIAMENTE PUBBLICATO SU PIANETA 2030, CORRIERE
L’estate del 2026 è stata una efficace anteprima di cosa vuol dire vivere in un mondo più caldo di 1,5 °C rispetto alla fine del XIX secolo: l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle, stando reclusi nelle ore più calde in stanze climatizzate (per chi ha il privilegio di poterlo fare), affrontando gli incubi delle notti tropicali in cui non si trova mai sollievo, cercando inutilmente refrigerio nelle acque del mare più calde di quelle delle piscine in cui giocavamo da piccoli. Il nuovo mondo in cui ci troviamo a vivere, e in cui siamo destinati a restare per almeno qualche decennio stando ai risultati di un recente rapporto[1] delle Nazioni Unite, non solo è più insicuro e meno accogliente per la specie umana, è anche decisamente più costoso. Perché, anche se forse non ce ne siamo ancora pienamente accorti, la crisi climatica ogni anno ci presenta un conto, sempre più salato, a cui non possiamo sottrarci. È un conto fatto, innanzitutto, di danni causati da incendi e siccità, da un lato, e da grandinate e bombe d’acqua, dall’altro: i due lati della stessa medaglia chiamata crisi climatica – quando di acqua ce n’è troppa e quando ce n’è troppo poca, che Italy for Climate ha analizzato con uno studio[2] dedicato alla situazione dell’Italia in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente.
Da alcuni anni l’Agenzia Europea dell’Ambiente (European Environment Agency – EEA) tiene meritoriamente traccia di questi danni[3] e, grazie a questo lavoro, oggi possiamo almeno farci un’idea dei costi, finora nascosti, che già paghiamo alla crisi climatica. Tra il 1980 e il 2024 gli eventi meteo-climatici estremi sono costati all’Italia 145 miliardi di euro. Facendo una media sono poco più di 3 miliardi di euro che abbiamo pagato ogni anno. Messa così potrebbe anche non sembrare una gran cifra, e magari qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che sia un costo tutto sommato accettabile da pagare in cambio di un progresso sociale ed economico (“ma quale progresso?” verrebbe da dire guardando agli ultimi anni, almeno in Italia, ma questa è un’altra storia…) a trazione fossile. Ma leggere in questo modo questi dati sarebbe una semplificazione eccessiva che ci esporrebbe a una pericolosa sottovalutazione della situazione in cui ci troviamo, almeno per un paio di motivi.
Il primo ce lo ricorda un grande artista della tradizione romana, il Trilussa, vissuto nei primi del ‘900. In una poesia intitolata “La Statistica”, il poeta romano ci mette in guardia dai pericoli di un utilizzo improprio della media aritmetica recitando (rigorosamente in dialetto!):
“Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perch’è c’è un antro che ne magna due.”
Ecco, quei 3 miliardi di euro all’anno secondo il poeta sarebbero probabilmente un bell’esempio di “media del pollo”, ossia di un utilizzo della media aritmetica che, invece che aiutare, ostacola la comprensione della realtà. Perché in 45 anni il mondo è cambiato tanto e, come abbiamo scoperto quest’estate, il mondo nuovo della crisi climatica in cui viviamo oggi non è quello – decisamente più confortevole e sicuro – in cui abbiamo vissuto fino a poco tempo fa. Ma questo anche i numeri ce lo dicono, basta saperli leggere. E così, facendo un utilizzo più appropriato della media aritmetica, potremmo dire che dei 145 miliardi di euro pagati alla crisi climatica in 45 anni più della metà li abbiamo pagati solo negli ultimi dieci anni, in media circa 7,5 miliardi di euro ogni anno tra il 2015 e il 2024. Ma, restringendo ancora il campo di osservazione e limitandoci ai costi sostenuti nell’ultimo triennio, allora il conto presentatoci dalla crisi climatica diventerebbe decisamente più salato: più di 13 miliardi di euro all’anno.
Perdite economiche annuali causate dagli eventi meteo-climatici estremi in Italia (milioni di euro)

Non bastasse la media del pollo, c’è anche un secondo motivo che sconsiglia vivamente di utilizzare i dati dell’EEA per declassare i conti della crisi climatica a costi ragionevoli o sopportabili. Riguarda quello che questi costi misurano ma, soprattutto, quello che non misurano. L’EEA, infatti, nella nota metodologica dichiara: “Vengono riportate le perdite economiche dirette subite da infrastrutture e beni fisici. Le perdite indirette, ad esempio dovute a riduzione della produttività, perdita di vite umane, infortuni causati dal pericolo e costi sanitari, non sono incluse. Anche i costi per ricostruire meglio o per ricostruire altrove non sono inclusi”. Così sempre l’EEA ci dice anche che in questi ultimi 45 anni quasi 60 mila persone in Italia hanno perso la vita a causa della crisi climatica, per la maggior parte vittime del caldo e delle ondate di calore. Anche questo – lo so può sembrare cinico – è un costo che abbiamo pagato alla crisi climatica e di cui dovremmo tener conto. Ma, come evidenziato in un recente studio realizzato dalla Triodos Bank[4], c’è anche altro di cui dovremmo misurare per conoscere meglio i costi che stiamo pagando alla crisi climatica in corso. Questo studio ha analizzato tutti gli impatti economici, questa volta inclusi quelli indiretti, connessi al caldo estremo che ha colpito l’Europa nel 2026. Scoprendo che la voce di costo più importante non è quella degli impatti diretti alle infrastrutture su cui si concentra il database dell’EEA, ma la perdita di produttività che colpisce i lavoratori più esposti al caldo eccessivo, quelli che per il tipo di mansione svolta non possono, ad esempio, trovare rifugio in locali climatizzati.
Includendo anche i costi indiretti, il conto della crisi climatica cresce decisamente. Tanto che, nell’anno ancora in corso, solamente il troppo caldo (escludendo quindi ad esempio gli eventi alluvionali, che rappresentano la prima voce di costo dell’EEA) è già costato all’Europa circa 180 miliardi di euro. Si tratta circa dell’1% del Pil comunitario che non sembra pochissimo, considerato che la stima di crescita della Commissione europea per il 2026, pubblicata prima che la morsa di caldo attanagliasse il continente, era ferma al +1,1%.
In chiusura, un paio di considerazioni legate all’esperienza appena vissuta. La prima è che la tassa che ogni anno paghiamo alla crisi climatica è per lo più ancora invisibile alla maggior parte dei cittadini ma è già molto più alta di quello che potremmo immaginare, e può fare la differenza tra una economia in crescita e una in stagnazione o, peggio, in recessione. La seconda riguarda la mancanza di statistiche ufficiali (non solo in Italia) sui costi diretti e indiretti della crisi climatica che aiuterebbero moltissimo avere un dibattito sulla transizione energetica più equilibrato e basato sui dati. Statistiche che, a coloro che affermano che affrontare la crisi climatica sia un costo troppo alto che non possiamo permetterci, suggerirebbero: siete proprio sicuri di stare facendo bene i conti?
[1] UNEP, 2026, Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return
[2] Italy for Climate, 2026, Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia
[3] Agenzia Europa dell’Ambiente, 2026, Economic lossesfrom climate-related extremes in Europe
[4] Triodos Bank, 2026, Hot summer economics


