7 Luglio 2026
Crisi climatica e acqua: l’Italia oggi, vittima dell’apparente paradosso del troppa e troppo poca
DI ANDREA BARBABELLA
Una malattia sistemica è una patologia che mette progressivamente in crisi l’intero organismo, attaccando organi diversi e dando vita a nuove patologie o aggravando quelle già esistenti. Possiamo guardare al riscaldamento globale come la più grave malattia sistemica che affligge il nostro Pianeta, che contribuisce ad aggravare situazioni di crisi già in corso, dall’inquinamento al degrado dei suoli alla perdita di biodiversità e via dicendo. Ma l’impatto più preoccupante di questa “malattia sistemica planetaria” riguarda probabilmente la risorsa per eccellenza, alla base della vita stessa. Per questo motivo, in occasione della Giornata mondiale della Terra Italy for Climate ha presentato un nuovo report che analizza proprio il nesso tra clima e acqua e come questo stia mutando il paesaggio stesso di un Paese come il nostro particolarmente esposto agli effetti di questa relazione pericolosa.
L’origine di tutto è il calore crescente intrappolato nell’atmosfera a causa dell’aumento della concentrazione di gas serra prodotto dalle attività umane. Il calore è il motore di quel ciclo dell’acqua che tutti noi abbiamo studiato sui libri di scuola. Il ciclo dell’acqua è un perfetto processo rigenerativo naturale che, sostanzialmente, attraverso una successione di fasi di evaporazione, condensazione e precipitazione consente di rimettere in circolo ogni anno su un determinato territorio la regina delle risorse rinnovabili: l’acqua. Ma cosa succede a questo processo quando aumenta la quantità di calore intrappolato in atmosfera? Da un lato, forse più intuitivo, temperature più alte inducono una maggiore evaporazione dai corsi d’acqua, dai suoli e dalle piante stesse. E questo dovrebbe tradursi in una riduzione della disponibilità di acqua sul territorio. Ma dall’altro, un’atmosfera più calda, per una legge della fisica, è in grado di intrappolare più umidità e, quindi, generare masse di vapor d’acqua sempre più grandi sospese sopra le nostre teste. Quando le dinamiche dell’atmosfera – un’atmosfera sempre più carica di energia – lo consentono, questo vapor d’acqua condensa e può dare luogo a precipitazioni di carattere eccezionale, a momenti in cui sulla terraferma il problema non è l’assenza di acqua ma l’esatto contrario.
Questo è il paradosso, solo apparente, che i dati sull’Italia ci raccontano: un Paese spaccato in due, nello spazio e nel tempo. Un Nord sempre più funestato da precipitazioni violente, per lo più nei mesi autunnali e invernali. Un Sud che vive estati sempre più torride caratterizzate da situazioni di più o meno grave scarsità idrica. Tutto questo non è il racconto di un futuro che ci attende. Tutto questo è oggi, è l’attualità di un’Italia in cui quello che una volta poteva essere considerato un evento eccezionale è sempre più normalità. Potremo essere tentati di consolarsi che “mal comune…”, ma i dati ci raccontano anche di un Paese particolarmente vulnerabile, più esposto di altri agli effetti nefasti della pericolosa relazione clima-acqua. Tra le cause c’è sempre lui: il calore. L’Italia, una passerella in un Mediterraneo che è un mare classificato come hotspot del cambiamento climatico, negli ultimi cinquant’anni ha visto crescere la temperatura atmosferica di oltre 2°C. In altri termini, si sta scaldando più velocemente della media mondiale. E questo spacca ancora di più il Paese a metà.
Partiamo dalla metà sott’acqua. Aumenta la temperatura atmosferica, nel 2024 a livello globale viene fatto segnare un nuovo record assoluto e superata quella soglia di sicurezza del +1,5°C rispetto al periodo preindustriale, stabilità a Parigi neanche dieci anni prima. Anche per l’Italia quell’anno è da record. Ma non solo di temperature, anche di eventi estremi e, in particolare, di precipitazioni che in altri tempi avremmo, a ragione, definito eccezionali. Sono 2.000 le grandinate e le piogge intense registrate nel 2024 in Italia, che scendono a poco più di 1.600 l’anno successivo. Ma che rimangono comunque tre volte tanto quelle registrate nei primi anni di questa impressionante serie storica, nel 2019-2020. Ma in un Paese spaccato in due questi eventi non colpiscono ovunque allo stesso modo. Il 60% di tutti gli eventi di precipitazione estrema censiti negli ultimi sette anni si è concentrato su appena 5 regioni, tutte settentrionali: Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. 6,8 milioni di persone e quasi 3 milioni di famiglie vivono in aree potenzialmente allagabili, poco più del 10% della popolazione italiana. Ma in quell’Emilia-Romagna che nel maggio 2023 ha pagato un prezzo altissimo alla troppa acqua, con 17 vittime e danni per quasi 9 miliardi di euro, la popolazione esposta a rischio alluvione è oltre il 60% di quella residente. Ma non è solo colpa del clima e della sua pericolosa relazione con l’acqua. A concorrere a questi danni è anche il modo in cui abbiamo gestito il territorio, rendendolo del tutto impreparato alla nuova condizione di “anormalità climatica permanente”. Ancora nel 2024 in Italia sono stati consumati 7.850 ettari di suolo. Sappiamo da tempo che l’impermeabilizzazione dei suoli aumenta il rischio alluvioni, eppure non solo non stiamo fermando questo fenomeno, ma lo stiamo addirittura accelerando: dal 2016 al 2024 il consumo annuo di suolo è cresciuto di quasi il 70%. Complessivamente oggi in Italia abbiamo cementificato o consumato suolo in altre forme per oltre 2 milioni di ettari, quasi quanto la superficie dell’Emilia-Romagna. E in un Paese spaccato in due con le regioni settentrionali più esposte ai rischi derivanti dall’eccesso di acqua, sono proprio queste ultime a presentare spesso i livelli di consumo di suol più elevati, a cominciare da Lombardia e Veneto con oltre il 12% della superficie regionale a fronte di una media nazionale del 7% (che comunque non è poco). Ma questa possiamo leggerla anche come una buona notizia: abbiamo margine per intervenire, dipende da noi, e possiamo rendere nuovamente il territorio più resiliente e capace assorbire l’impatto delle precipitazioni estreme.
E poi c’è la storia dell’altra metà dello stivale, quella a secco. In premessa un paio di cose vanno ricordate. Intanto che la disponibilità di acqua in Italia dovrebbe dissuaderci dal trascurare l’importanza di questa risorsa: con 2.260 m3 all’anno per abitante, l’Italia presenta una disponibilità che è meno della metà della media dell’UE27. A questo si aggiungono gli effetti del riscaldamento globale che, complessivamente, ha portato a una progressiva diminuzione della risorsa disponibile in Italia, al netto degli eventi di precipitazione estrema sempre molto concentrati nel tempo e nello spazio: secondo Ispra, dagli anni ’20 del secolo scorso a oggi l’acqua complessivamente disponibile sul territorio nazionale si è ridotta del 20%. Questo ha contribuito a far rientrare l’Italia nel gruppo dei 4 Paesi europei in situazione di stress idrico. Ma la situazione di stress non dipende solo da quanta risorsa abbiamo. Dipende anche da come la usiamo, anzi, da quanta ne usiamo. E l’Italia, con 36 miliardi di m3 prelevati nel 2023, è leader assoluta nella poco ambita classifica dei Paesi più idroesigenti. E questa sete smodata riguarda trasversalmente tutti i settori, da quello agricolo a quello industriale passando per gli usi civili. E così, in questa specie di tenaglia rappresentata da disponibilità limitate e in calo e prelievi eccessivi, la carenza di acqua colpisce soprattutto le regioni meridionali. Nell’estate del 2024 il 40% del territorio nazionale è stato colpito da fenomeni di siccità. Nessuna delle regioni del meridione è stata graziata. E in Sicilia quell’estate oltre il 90% del territorio regionale è stato esposto alla siccità. Con il risultato che è stato dichiarato lo Stato di emergenza e che oramai in tutti i capoluoghi di provincia i cittadini vivono una nuova normalità fatta di razionamenti nell’erogazione dell’acqua. Ma anche in questo caso, come per la cementificazione e le alluvioni, tendiamo a farci del male con le nostre stesse mani: in un Paese in cui la rete idrica perde più del 40% dell’acqua che preleva, spesso sono proprio le regioni del Sud a presentare i valori più alti, con la Sicilia e la Sardegna, ad esempio, che presentano perdite superiori al 50%. Anche in questo caso, però, la si potrebbe leggere come una buona notizia: intervenendo sulla cura delle reti idriche avremmo la possibilità di ridurre i prelievi e alleviare i fenomeni di scarsità. Come peraltro è già accaduto in campo agricolo, dove la Sicilia, forse più per necessità che per virtù, ha fatto segnare record assoluto nella diffusione di impianti di irrigazione localizzati ad altissima efficienza, battendo di gran lunga le ben più ricche regioni del Nord. Altra testimonianza che, al paradosso del troppa e troppo poca, possiamo ancora opporci. Perché abbiamo gli strumenti per farlo, serve forse solo un pizzico di volontà in più…


