27 Aprile 2021

Vertice clima: tra impegni e promesse il 2030 diventa l’anno decisivo

Tanti impegni, alcuni di incerta realizzazione; molte promesse ed una certezza: la necessità di accelerare gli sforzi globali per arrestare il cambiamento climatico entro il 2030. Il vertice sul clima, convocato dal Presidente Joe Biden, il “Leaders Summit on Climate 2021”, si conclude così con un messaggio condiviso da tutti: “ora o mai più”. Il decennio in corso sarà infatti decisivo per invertire la rotta ed evitare la crisi climatica.

Con l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, tutti i Paesi sono chiamati ad accrescere i propri impegni di riduzione delle emissioni per il prossimo decennio, per allinearli alla traiettoria di neutralità climatica necessaria per limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C. Molti ambiziosi impegni sono stati avanzati negli ultimi mesi, alcuni proprio in occasione di questo ultimo vertice sul clima. Ma per far sì che non restino solo promesse è necessario che tali impegni identifichino target puntuali di riduzione delle emissioni e che siano accompagnati da un piano strategico coerente e in grado di realizzarli.

In questo senso l’Unione Europea è ad oggi il grande emettitore che più di tutti sta dimostrando una ambizione climatica avanzata, non solo in termini di obiettivi sulle emissioni ma mettendo in campo con il Green Deal un vasto programma di obiettivi strategici e politiche mirate per realizzare la propria ambizione climatica. In occasione del Summit, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha affermato che “per salvare il mondo abbiamo bisogno del mondo” e ha ribadito l’impegno preso di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990 e l’ambizione di essere il primo continente ad impatto climatico zero entro il 2050.

Ma nel corso del Summit tutti i riflettori erano puntati sugli Stati Uniti, dopo che il Presidente Biden ha fatto rientrare gli USA nell’Accordo di Parigi e annunciato la volontà di tornare ad essere leader nella lotta al climate change. Il Summit è stato dunque occasione per Biden per annunciare il nuovo target sulle emissioni al 2030, che dovranno ridursi del 50-52% rispetto ai livelli del 2005 e portare gli USA verso un’economia a zero emissioni entro il 2050. Impegno significativo per il secondo emettitore mondiale di CO2, che dovrà passare ora sotto la scure del Congresso. Il nuovo target 2030 annunciato da Biden quasi raddoppia l’impegno che Obama annunciò nel 2015 in occasione dell’Accordo di Parigi (-28% entro il 2025) e conferma la volontà della nuova Presidenza di riaffermare un ruolo primario nella lotta alla crisi climatica. Tuttavia, dal confronto con il target europeo emerge che l’impegno USA di riduzione delle emissioni al 2030 si ferma al -44% (rispetto al 1990), e dal Biden Plan presentato nelle scorse settimane non è ancora chiaro quali azioni e politiche consentiranno agli USA di realizzare i propri impegni climatici.

Molta attesa c’era anche sul leader cinese Xi Jinping, che nel suo intervento al Summit ha ribadito di voler raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060, un obiettivo certamente non scontato in un contesto come quello cinese dove il carbone, ancora in espansione, soddisfa il 57% del fabbisogno energetico, ma non coerente con la traiettoria della neutralità climatica (da raggiungere globalmente prima del 2050). Negli ultimi mesi la Cina ha annunciato di voler raggiunge il “peak year” (cioè l’anno di picco delle emissioni) entro il 2030, ma non ha dato indicazioni più precise né sulle tempistiche né sulle politiche da mettere in atto: un tema di grande rilevanza, questo, specie se si considera che la Cina continua ad essere il principale traino della crescita delle emissioni globali negli ultimi anni, incluso il pericoloso “rebound” previsto per il 2021. La Cina ha anche rilanciato il ruolo del multilateralismo climatico: “un problema come quello del clima” ha detto Xi “non può che essere risolto da uno sforzo comune della comunità internazionale”. Sulla stessa lunghezza d’onda la Russia con Vladimir Putin, che ha affermato che il Paese è “sinceramente interessato ed entusiasta per la collaborazione internazionale per trovare soluzioni efficaci contro i cambiamenti globali, come per altre sfide vitali globali”, ma il leader russo non ha preso impegni certi di riduzione delle emissioni.

Fra gli altri Paesi che in occasione del Summit hanno rilanciato i propri impegni climatici c’è il Regno Unito, che ospiterà la prossima COP26 e che ha voluto riaffermare il proprio il ruolo leader con la promessa, da parte del Premier Boris Johnson, di voler rafforzare il già annunciato impegno di riduzione delle emissioni di CO2 del 68% al 2030 rispetto all’anno base 1990, con una ulteriore tappa al 2035, in cui la riduzione dovrà raggiungere il 78%. Questi impegni di riduzione con valori molto alti sono anche giustificati da livelli di emissioni di gas serra nel 1990 altrettanto alti e dal fatto che già oggi queste emissioni sono state tagliate di oltre il 40%, quasi il doppio della media europea.

Anche il Giappone, quinto emettitore globale, con il primo ministro Yoshihide Suga ha rilanciato il proprio target climatico, impegnandosi a ridurre le emissioni del 46% rispetto i livelli del 2013 entro il 2030 e a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.  Analogamente il Canada, con il Premier Justin Trudeau, ha annunciato al Summit un nuovo target di riduzione delle emissioni di gas serra del 40-45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005 (il target precedente era del 30%). Ma il Paese che ha dimostrato di essere ad oggi il più virtuoso sulla riduzione delle emissioni nel prossimo decennio sono state le Filippine, che hanno annunciato un taglio del 70% delle emissioni al 2030.

L’India, terzo emettitore globale, non ha ancora annunciato un nuovo target di riduzione delle emissioni al 2030, ma il Premier indiano Narendra Modi ha ribadito di aver intrapreso “azioni per lo sviluppo sostenibile, investimenti per potenziare l’efficienza energetica e l’uso delle rinnovabili”, la cui potenza installata entro il 2030 dovrebbe raggiungere i 450 Gigawatt. Il Brasile, invece, ha riconfermato in questa sede il nuovo target 2030 già annunciato (-43% rispetto al 2005) e si è impegnato a bandire ogni deforestazione illegale entro il 2030.

Mentre i leader mondiali erano riuniti nel summit virtuale sono arrivate le previsioni di Swiss Re, una delle maggiori compagnie mondiali di assicurazioni, secondo cui gli effetti del cambiamento climatico potrebbero ridurre dall’11% al 14% la produzione economica mondiale entro il 2050, con un costo totale di 23 mila miliardi di dollari.

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