24 Febbraio 2023

Il bambino, il Superbonus e l’acqua sporca

DI ANDREA BARBABELLA, PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE SU GREEN&BLUE, LA REPUBBLICA

Il Superbonus del 110% è oggi al centro di un dibattito pubblico che, come sempre più spesso  accade (vedasi, tra gli ultimi, quello sull’auto elettrica), esclude in partenza ogni possibile sfumatura di grigio e lascia che ad esprimersi siano solo gli esponenti più intransigenti di due opposte tifoserie. Gli argomenti al centro del contendere riguardano, per lo più, l’impatto sulle finanze pubbliche, supposto disastroso da una parte, e il ruolo di sostegno alle imprese del settore svolto dalla misura, considerato decisivo dall’altra parte anche a fronte di una contingenza difficile.

In questo vivace dibattito non trova spazio, invece, un tema che meriterebbe una attenzione almeno pari a quella dei due appena citati: l’efficacia della misura, ossia la sua effettiva capacità di migliorare la qualità delle nostre case. Sembra quasi di essere al cospetto di una amnesia collettiva. È stato, infatti, rimosso il vero motivo per cui questa misura è stata concepita e messa in campo: riqualificare energeticamente il patrimonio edilizio italiano. Era questo il principale fine dello strumento e non quello di scavare e riempire buche, come molti oggi sembrano sostenere. E proprio per questo, più di due anni fa, il Governo allora in carica disegnò uno strumento dal carattere assolutamente straordinario, giustificando proprio in nome del fine della riqualificazione energetica l’introduzione di alcuni elementi, come quello di rimborsare più di quanto fosse stato speso o la possibilità di cedere a terzi un credito maturato con lo Stato, che si sapeva avrebbero potuto esporre al rischio di possibili speculazioni o a un aumento eccessivo dei prezzi. Rischi noti fin dalla genesi del Superbonus, che avrebbero richiesto un monitoraggio costante e la capacità di intervenire tempestivamente per correggere il tiro, laddove fosse stato necessario. Cosa che, ovviamente, non c’è stata.

Quello degli edifici è il settore più energivoro in assoluto, molto più dell’industria diversamente da quello che molti potrebbero pensare, ed è responsabile da solo del 45% di tutti i consumi nazionali di energia. L’Italia è uno dei Paesi europei con le peggiori performance energetiche del patrimonio edilizio. Secondo i risultati del progetto europeo Odyssee-Mure, a parità di condizioni climatiche, per riscaldare un m2 di una abitazione in Italia servono quasi 15 kg equivalenti di petrolio, contro una media europea di meno di 10. Guardando al ventennio 2000-2019, il consumo unitario per il riscaldamento in Italia è rimasto pressoché invariato, mentre le altre grandi economie europee lo hanno ridotto tra il 15 e il 20%. Il Superbonus doveva intervenire su questo quadro difficile, rompendo un’inerzia pluridecennale. Ricordando anche che quello degli edifici è uno di quei settori che dovrebbero azzerare le proprie emissioni in meno di trent’anni, se vogliamo mantenere una speranza di rallentare la folle corsa verso il caos climatico in cui siamo allegramente lanciati. Missione certamente sfidante, anche se teoricamente non impossibile. Ma proprio per questo, il dibattito in corso in primo luogo dovrebbe avere al centro la domanda: la missione può dirsi compiuta?

E la risposta è (ovviamente): ni! Certamente la misura ha rotto l’inerzia del settore, ma lo ha fatto troppo lentamente e con una scarsa efficienza, sia ambientale che economica. In circa due anni di onorato servizio, grazie al Superbonus sono stati finanziati interventi di riqualificazione su circa un milione di abitazioni, di cui più della metà in condomini. Grazie a questi interventi potremmo forse arrivare a tagliare (il condizionale è d’obbligo, basandoci su certificazioni svolte su base presuntiva e non su misurazioni dei consumi a consuntivo) tra l’1 e il 2% delle emissioni. In conclusione, quindi, potremmo affermare che il Superbonus abbia sì dato il via a un processo di riqualificazione del patrimonio edilizio italiano, ma viaggiando alla metà della velocità che sarebbe stata necessaria e con costi difficilmente sostenibili sul lungo periodo.

Ora la domanda successiva da porsi dovrebbe essere: ma entrambe queste inefficienze, quella ambientale e quella economica, potevano essere risolte intervenendo per tempo sullo strumento? Già diversi mesi fa, in occasione della Conferenza nazionale sul clima di luglio (che il Superbonus non stesse funzionando al 110%, infatti, non lo scopriamo certo oggi…), con Italy for Climate avevamo provato a dare una risposta, avanzando delle proposte di modifica, anche sostanziali, allo strumento incriminato. Per risolvere la prima inefficienza avevamo proposto, ad esempio, di escludere dal finanziamento tecnologie incompatibili con l’obiettivo della decarbonizzazione, come ad esempio impianti di riscaldamento alimentati da combustibili fossili, e di orientare decisamente gli incentivi verso interventi di totale elettrificazione degli edifici, con autoproduzione di energia (fotovoltaico preferibilmente con sistema di accumulo integrato) e contestuale distacco dalla rete del gas. Per far fronte alla seconda inefficienza, quella economica, avevamo suggerito di introdurre un meccanismo di controllo dei prezzi, ad esempio tramite l’adozione di un preziario unico come avviene per la ricostruzione post-sisma di Amatrice, e di prevedere contributi differenziati, anche significativamente più bassi del 110%, in base alle possibilità economiche delle famiglie (ad esempio attraverso una parametrazione su base Isee).

Ora sarebbe bello, e persino anche utile, se questi o altri interventi migliorativi fossero messi al centro di un dibattito costruttivo. Dibattito che non ruotasse come adesso unicamente attorno allo slogan “Superbonus sì! Superbonus no!”, correndo continuamente il rischio di buttare via il proverbiale bambino con l’acqua sporca. Dibattito che si interrogasse su quali siano le misure migliori da mettere in campo per riqualificare oltre 20 milioni di abitazioni in meno di un trentennio portandole ad emissioni zero, salvando al tempo stesso le imprese e le finanze dello Stato e magari, perché no, persino migliorando la qualità delle nostre vite.

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