29 Novembre 2023

Verso Cop28. Il futuro del clima in mano a 4 economie con il 62% del Pil globale e oltre metà delle emissioni

DI CHIARA MONTANINI, PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE SU HUFFPOST

Le Conferenze delle parti (COP), organizzate ogni anno per portare avanti i negoziati sul cambiamento climatico, sono diventate il momento in cui fare i conti con le enormi differenze di responsabilità tra chi più contribuisce a produrre emissioni di gas serra e chi più ne subisce le conseguenze pur contribuendo molto poco a causare il problema. La COP28 di Dubai è alle porte e le aspettative sono rivolte ai principali protagonisti della questione climatica: Cina, Stati Uniti, India e Unione europea. Queste quattro grandi economie insieme rappresentano a livello globale il 54% delle emissioni di gas serra, stando ai dati aggiornati dal progetto Edgar del Joint Research Center della Commissione europea. Qual è il biglietto da visita con cui questi Paesi si presentano alla COP28?  

Il colosso cinese ago della bilancia 

Dall’alto del suo 30% di peso sulle emissioni globali, la prima ad essere sotto i riflettori è ovviamente la Cina: da ormai vent’anni è il primo Paese al mondo per emissioni nonché il principale responsabile dell’aumento di gas serra in atmosfera (e quindi dell’accelerazione della crisi climatica degli ultimi anni). Dal 2012 le emissioni medie di un cittadino cinese hanno superato quelle di un cittadino europeo.  

Sul fronte degli impegni climatici, la Cina è ancora molto indietro rispetto alle altre economie avanzate: ha promesso di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060 e il picco delle sue emissioni entro il 2030. Il problema delle enormi emissioni cinesi è e resta la forte dipendenza dal carbone: l’ultimo Piano quinquennale cinese si pone il problema e presenta anche già alcune soluzioni, ma gli esperti reputano questi sforzi ancora largamente insufficienti.  

Sebbene il quadro delle emissioni resti l’aspetto di analisi più rilevante su questi temi, è importante notare che il biglietto da visita con cui la Cina si presenta alla COP28 non è solo quello del grande emettitore, ma è anche quello del grande investitore nella transizione energetica: da diversi anni il mercato delle rinnovabili è trainato dalle installazioni cinesi, che nel 2022 hanno raggiunto 125 GW (cinque volte le installazioni degli USA) e lo stesso accade al mercato delle auto elettriche (con 6 milioni di auto elettriche vendute nel 2022, più della metà del mercato globale). Secondo Bloomberg, nel 2022 la metà di tutti gli investimenti mondiali in tecnologie della transizione energetica sono avvenute in Cina.  

Le sorti delle emissioni globali dipendono fortemente dalle scelte energetiche e industriali della Cina: non è un caso che il recente World Energy Outlook dell’Agenzia internazionale dell’energia abbia indicato il rallentamento dell’economia cinese come uno dei principali driver che potrebbe consentirci di raggiungere un picco di domanda dei combustibili fossili già entro questo decennio.  

Gli Usa non riescono a tagliare le emissioni 

Gli Stati Uniti, secondo emettitore globale (con il 12%), si presentano alla COP28 con una reputazione in miglioramento anche se ancora molto può e deve essere fatto dalla prima economia globale. 

In primo luogo, perché quello della transizione energetica sta diventando un nuovo terreno di competizione industriale con la Cina: diversi provvedimenti dell’amministrazione Biden, fra cui l’Inflation Reduction Act, stanno imprimendo una forte accelerata agli investimenti nella transizione energetica soprattutto nell’ottica di costruire e consolidare una filiera nazionale su molte tecnologie della transizione energetica, fra cui rinnovabili, batterie ed auto elettriche. 

In secondo luogo, perché gli Stati Uniti di fatto non sono ancora riusciti a ridurre significativamente le emissioni nel lungo periodo (sono ferme a -2% rispetto al 1990, mentre l’UE ha raggiunto -28%) e sono ancora, di gran lunga, il primo grande Paese per emissioni pro capite (le emissioni medie di un cittadino statunitense sono ancora il doppio di quelle di un cinese e quasi il triplo di quelle di un europeo). 

Biden non sarà alla COP28 ma il suo paese si presenta con l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 e con l’impegno di tagliare del 50/52% le emissioni entro il 2030 (rispetto al 2005, che tradotto rispetto al 1990 diventa circa -42%). 

India, il terzo inquinatore globale 

Forse anche a causa della Brexit (che è come se avesse tagliato il bilancio delle emissioni dell’Unione europea del 10% in un solo anno), è passato un po’ sottotraccia il fatto che ormai da qualche anno il terzo Paese emettitore al mondo sia l’India, con il 7,4% delle emissioni globali. Gli occhi di molti osservatori sono puntati qui, non solo perché è diventato il Paese più popoloso al mondo, ma anche perché il nostro carbon budget non può permettersi una nuova super potenza industriale e fossile: sarebbe un disastro se l’India replicasse il modello di crescita economica cinese.  

Il biglietto da visita con cui l’India arriva alla COP28 non è incoraggiante: la sua dipendenza dal carbone, attuale e prevista, resta molto alta; sul fronte degli impegni climatici ha promesso che raggiungerà la neutralità climatica entro il 2070 (dunque fuori tempo massimo per raggiungere gli obiettivi di Parigi); ha posto per il 2030 solo un obiettivo di intensità carbonica (che è l’indicatore che consente di giustificare una scarsa o nulla riduzione delle emissioni a fronte di una crescita economica importante). Anche l’India, tuttavia, sta entrando nel gruppo dei giganti della transizione energetica in termini di investimenti e di sviluppo tecnologico, e le sue emissioni pro capite sono ancora un quarto di quelle cinesi e un terzo di quelle europee. 

L’Unione Europea “pesa” solo il 6,8% delle emissioni 

Arriviamo quindi all’Unione Europea e al suo peso in questi negoziati, che auspicabilmente non si limita al solo 6,8% di contributo alle emissioni globali. 

Alla COP28 si presenta, come ormai da diversi anni, con il biglietto da visita da leader indiscusso della transizione verso le zero emissioni: perché è l’unica economia avanzata, insieme al Regno Unito, ad essere riuscita a ridurre le emissioni di gas serra dal 1990 (del 28%) e perché è l’unica al mondo ad avere un pacchetto di obiettivi e di misure molto ambizioso e allineato con le indicazioni della comunità scientifica. 

Com’è noto, il Green Deal europeo include l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050, un taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 (rispetto al 1990) e vari target e road map settoriali per accompagnare questo percorso. Anche in termini di realizzazione della transizione energetica l’UE sta mantenendo un ruolo di primo piano: nel 2022 è stato il secondo Paese, dopo la Cina, per investimenti complessivi nella transizione che nella crescita di auto elettriche (+2,7 milioni di unità vendute) e rinnovabili (+52 GW installati, il doppio degli USA). La convinzione dell’Europa nel mantenere questo ruolo di leader globale della transizione ha resistito tenacemente anche alla guerra in Ucraina, ma il recente clima politico pone più di qualche interrogativo sul fatto di poterci riuscire anche alle prossime elezioni europee del 2024.  

Le responsabilità dei Governi 

Cina, Stati Uniti, India, Unione europea: queste quattro grandi economie rappresentano a livello globale non solo oltre la metà delle emissioni di gas serra, ma anche il 45% della popolazione e il 62% del Pil. Indipendentemente dai risultati di questa e delle prossime COP, se queste quattro grandi economie decidessero autonomamente e concretamente di puntare alla neutralità climatica entro la metà del secolo in corso, rappresenterebbero probabilmente un traino così potente da invertire il trend delle emissioni globali e spingere gli altri Paesi a fare lo stesso.  

Questi numeri rendono l’idea di quanto un singolo Paese, nelle sue scelte e nei suoi risultati, possa impattare in una lotta alla crisi climatica che si fa sempre più urgente. Vale in particolar modo per ciascuna di queste grandi economie – evidentemente, ma è un discorso che si applica anche alla somma delle scelte e dei risultati dei singoli Governi di ogni parte di questo mondo così globalizzato. 

Dopo l’Accordo di Parigi (ratificato nel 2015), le COP hanno smesso di portare risultati davvero incisivi sul fronte della riduzione delle emissioni. Allora forse, dopo 8 anni, dovremmo smettere anche noi di porre su queste COP tutte le aspettative di questa lotta al cambiamento climatico e iniziare a dirottare gli sforzi, invece, sulle scelte politiche ed economiche dei nostri Governi nazionali, oltre che sul traino fondamentale di imprese, territori e cittadini. 

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